domenica 8 maggio 2016

PRO CULTURA HUNGARICA: IL MESSAGGIO DI RINGRAZIAMENTO DI JUDIT JÁMBOR

Lo scorso 14 marzo, in occasione del ricordo della Guerra d'Indipendenza ungherese del 1848-49, la dott.ssa Judit Jámbor, presidente dell'Associazione culturale Maria d’Ungheria regina di Napoli, ha ricevuto il premio “Pro Cultura Hungarica” ovvero la più alta onorificenza che il Ministero della Cultura ungherese conferisce annualmente a chi si distingue nel campo della promozione culturale magiara all’estero. Di seguito il testo del messaggio di ringraziamento della dott.ssa Jámbor in italiano e in ungherese.

Ezév  március 14-én , az  1848-49 Szabadságharc  megemlékezése alkalmával, Judit Jámbor, a "Magyar Mária Nápoly Királynoje" elnevezésu nápolyi székhelyu magyar kulturális egyesület elnökét , tüntették ki a Pro Cultura Hungarica-díjjal. A Pro Cultura Hungarica-díj a magyar kultúra értékeinek külhoni megismertetésében és terjesztésében, valamint a magyar nemzet és más nemzetek muvelodési kapcsolatainak gazdagításában elévülhetetlen érdemeket szerzett külföldi állampolgárok részére adományozható. Az alábbiakban található Jámbor Judit elnök köszönete magyar és olasz nyelven.

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A TUTTI GLI AMICI UNGHERESI ED ITALIANI 
Il 14 marzo p.v. , in occasione della cerimonia, avvenuta  nella prestigiosa sede del Consolato Onorario d’Ungheria in Napoli,  in  ricordo della Rivoluzione e Grande Guerra d’Indipendenza  ungherese del 1848-49,  mi è  stato consegnato  dal dr.  Tamas Heintz, Primo segretario in affari consolari dell’Ambasciata d’Ungheria in Roma,  l’atto di conferimento del premio “Pro Cultura Hungarica” insieme ad una medaglia di bronzo. Il premio,  benchè personale,  desidero  condividerlo con  tutti coloro, che hanno contribuito  allo svolgimento  della mia attività  premiata  e che ringrazio. Come s’intuisce,  l’elenco è ampio. In  primo luogo intendo ringraziare il prof. Andrea Amatucci,  Console d’Ungheria in Napoli con giurisdizione per la Campania e per la Calabria , che ha sempre sostenuto  il  lavoro  dell’Associazione “Maria d’Ungheria Regina di Napoli”, di cui ho l’onore di essere la  Presidente e che si è  scelto un ruolo complementare a fianco del  Consolato al fine della promozione  delle iniziative volte  ad intensificare  i rapporti  culturali ed istituzionali  tra l’Ungheria e l’Italia. Va riconosciuta anche  la collaborazione,  sempre paziente,  della sua segretaria sig.ra Rosaria Citarella. Pari  merito va riconosciuto a  tutte le Istituzioni della Campania, della Calabria e di Ungheria, insieme all’Ambasciata d’Ungheria ed  all’Accademia  d’Ungheria in Roma,  ai  docenti  e agli studenti della cattedra   di lingua e letteratura ungherese dell’Università Orientale di Napoli, a  tutti i collaboratori dell’Associazione,  al dr.  Cristiano Preiner, che conduce con impegno professionale questa rubrica, ove  pubblica notizie ed  informazioni  di grande interesse, incluse quelle  inerenti all’attività  del Consolato d’Ungheria in Napoli,  con la collaborazione dell’Associazione Ungherese, ed al dr Francesco Manca, Presidente dell’Associazione Culturale Prometheo.    Ringrazio  anche il  gruppo degli ufficiali ungheresi  in servizio  periodico  a Napoli, che sono sempre presenti  agli eventi, tutti gli amici ungheresi ed  italiani,  che amano la  cultura e la storia dell’Ungheria.
Infine, sono molto grata al professore Peter Modos, il Direttore dell’Istituto di Cultura  per il Centro –Europa  di  Budapest  e Direttore  della Rivista culturale ungherese  “Viaggiatore d’Europa”, che ha promosso la mia  premiazione, ed  a tutti coloro che hanno  creduto  e continuano  a credere in me e nell’attività culturale  dell’Associazione.

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Tisztelt olvasók,  magyar  és olasz barátok
Ezév  március 14-én , az  1848-49 Szabadságharc  megemlékezése alkalmával , mely  Magyarország Nápoly  Tiszteltbeli Konzulátus  hivatalának   nagytermében  zajlott, dr Heintz Tamás, Magyarország Római Nagykövetség   I.o konzuli  ügyek titkára   a Pro Cultura Hungarica  elismerést és emlékplakettet adta át szerény  személyemnek.  A számomra igen megtisztelő  kitüntetést ezúton szeretném  megosztani és egyben megköszönni mindazoknak , akik ehhez hozzásegítettek.Sokaknak  tartozom köszönettel, először  prof. Andrea  Amatucci ,  Magyarország  Nápolyban működő Campania és Calabria tartományok  hatáskörével bíró  Tiszteletbeli konzul  úrnak , aki  mindig készségesen és tevékenyen  támogatta a “Maria d’Ungheria Regina di Napoli” -- “Magyar Mária Nápoly Királynője “ elnevezésű , nápolyi székhelyű magyar kulturális egyesület munkáját , melynek  örömmel és büszkeséggel vagyok vezetője. A kulturális egyesület ,  Magyarország  Nápolyi Konzulátusával  karöltve  több évtizedek óta  ápolja  és  segíti a magyar olasz kulturális és intézményes  kapcsolatokat.  Köszönetemet  fejezem ki  titkárasszonyának Rosaria Citarellanak, a   türelmes   és  önzetlen  munkájáért.  Őszinte  hálám ,   Campania és Calabria  tartományok  és természetesen a magyar Intézményeknek, az  értékes együttműködésükért, közöttük   Magyarország  Római Nagykövetségének  ,  a  Rómában működő  Magyar Akadémiának, a nápolyi “ Orientale” azaz a  Keleti Egyetem magyar tanszékén oktató tanároknak, az ott tanuló diákoknak , a “Magyar Mária Nápoly Királynője”  egyesület minden tisztelt  tagjának ,  munkatársának, első sorban   dr Cristiano Preinernek , e kiváló internet portál szerkesztőjének , aki  a  kulturális és  politikai aktualitások  mellett , folyamatos tudósítással  szolgál a rovat olavasóinak  az  Egyesület tevékenységéről ,  köszönettel  tartozom   dr  Francesco Manca úrnak, a Prometheo  kulturális intézmény elnökének, valamint  a Nápolyban időleges szolgálaton tartózkodó  magyar tiszteknek, családjaiknak és hozzátartozóiknak , akik  mindig örömmel  vesznek részt  rendezvényeinken,  végül minden kedves  magyar és olasz barátnak, akik szeretik  Magyarországot  és kedvelik a magyar  kultúrát  és történelmet .
Befejezésül  hálámat fejezem ki  Módos Péter  írónak, a Közép-európai  Kulturális Intézet igazgatójának,  az ismert Európai Utas  Alapítvány  című kulturális folyóirat főszerkesztőjének,  aki  felterjesztette  és  kitartással  szorgalmazta  megtisztelő kitüntetésemet , és  köszönet mindazoknak, akik  hittek  és hisznek a munkámban  és  az  általam vezetett Kulturális Egyesület  tevékenységében.

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venerdì 25 marzo 2016

15 MARZO UNGHERESE A NAPOLI:IL RICORDO DELLA GUERRA D'INDIPENDENZA E DEL CONTE SZÉCHENYI

Una piccola piazza napoletana, piazza Carolina, è particolarmente cara alla comunità ungherese residente nel capoluogo partenopeo. In occasione della festa nazionale  magiara del 15 marzo che ricorda la guerra d’indipendenza del 1848-49, vi si depone una corona per omaggiare la lapide che raffigura il generale garibaldino ungherese István Türr, primo governatore di Napoli. Quest’anno ricorre anche il 225-esimo anniversario della nascita dello statista István Széchenyi, tra i protagonisti del Risorgimento ungherese. Lo scorso 14 marzo, per il secondo anno consecutivo, la cerimonia si è svolta in presenza del prefetto di Napoli, Gerarda Pantalone. La commemorazione è poi proseguita presso la sede del Consolato d’Ungheria dove il Console onorario, Andrea Amatucci, nel discorso di saluto ha sottolineato con una punta di orgoglio come l’istituto che presiede è stato fondato ex-novo sotto la sua direzione.

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lunedì 23 novembre 2015

UNO SHYLOCK TUTTO UNGHERESE IN ITALIA:LA VICENDA DI UN EBREO VITTIMA DEL SUO PERSONAGGIO

György Hunyadkürti a Napoli
“In cosa differisce questa sera dalle altre sere?” chiede il membro più giovane della famiglia nella sera del seder, la cena in cui gli ebrei celebrando la Pasqua rievocano le persecuzioni del faraone e l’inizio dell’esodo dall’Egitto. La triste e amara attualità di questa domanda rivive in una delle battute di Tubal. Tubal è il protagonista di Shylock, lo spettacolo ideato sotto forma di monologo dall’attore e scrittore britannico Gareth Armstrong che è andato in scena in diverse città italiane nella prima decade di novembre. A portare sul palcoscenico questo monodramma è stata la compagnia ungherese del teatro Csiky Gergely di Kaposvár per la regia di Katalyn Kőváry. Nei panni di Tubal un’impeccabile György Hunyadkürti attore che l’Ungheria ha scoperto forse troppo tardi e che da un po’ di anni sta collezionando importanti riconoscimenti individuali. La tournée italiana è una definitiva consacrazione della sua carriera. Lo abbiamo conosciuto a Napoli per la prima nazionale di Shylock, fortemente voluto nel capoluogo partenopeo dall’Associazione culturale Maria d’Ungheria Regina di Napoli. Introverso, taciturno, schivo all’apparenza, dimostra nell’interpretazione un impeto, una profondità e una presa sul pubblico considerevoli, inattesi se si considera che il monodramma viene recitato in ungherese. Hunyadkürti è come lo ha descritto di recente la stampa magiara ovvero „uno che lavora sotto i riflettori ma che non vive sotto riflettori”. Dei premi ricevuti sembra disinteressarsi. „Sono del gruppo non miei” ribatte quasi infastidito al Consolato d’Ungheria a Napoli in conferenza stampa. „Tutti quelli che sono dietro alla realizzazione di un’opera sono importanti. Tutti gli elementi di una missione, anche gli spettatori”. 

Ringrazia tutti Hunyadkürti, anche quelli che “pur essendo in loro potere farlo, non hanno ostacolato la riuscita dello spettacolo”. Ad una domanda sullo stato dei rapporti tra il governo e la cultura in Ungheria risponde: “L’intellettuale deve essere un partner dialogante del potere. Cultura e politica abbiano sempre modo di conversare senza mai considerarsi né nemici né lecchini”. Ironia da vendere, saggio e lapidario nell’eloquio, quasi provato dal fisico, Hunyadkürti è perfetto per il suo personaggio: lui è Tubal. Lui è “un giudeo assai ricco” come viene presentato ne “Il mercante di Venezia” di Shakespeare di cui è praticamente solo una comparsa. Un ruolo minore, una sola scena la sua, sole otto battute scambiate con Shylock di cui è “amico, il suo migliore amico, l’unico amico”. Ma adesso è lui il protagonista, ha campo libero. Ora ha tutto il tempo per essere la voce narrante che fa conoscere a tutti il vero Shylock, i suoi limiti, le sue debolezze, la sua testardaggine, il dramma personale di una figura nata nella commedia shakespeariana anche per scatenare l’irrisione dello spettatore. Insieme a Shylock, ebreo dedito al prestito del denaro, rivive nel racconto appassionato di Tubal anche il contesto storico e geografico. La ricca Venezia crocevia del commercio internazionale dell’epoca. Multiculturale e tollerante, anche verso gli ebrei seppure fossero confinati in una zona ben definita e isolata della città: il ghetto. Racconta e spiega Tubal. Le otto righe della sua scena con Shylock sono il pretesto per viaggiare nel tempo.
 
Conferenza stampa di Hunyadkürti al Consolato Onorario d'Ungheria a Napoli

Tutta la trama della commedia di Shakespeare appare quasi secondaria, sicuramente parallela  allo sviluppo di un’altra vicenda, l’antisemitismo descritto attraverso aneddoti, storia e leggenda.  Se come ricorda Tubal, nei teatri “il pubblico godeva se poteva deriderci”, il suo pubblico adesso sorride un po’ meno e riflette di più. Allora si capisce che Hitler non è il primo uomo di stato ad aver praticato una “soluzione finale” come rimedio alla questione ebraica. Ci ha pensato Eduardo I sei secoli prima decretando l’espulsione degli ebrei dall’Inghilterra. Colpiti dalla legge, colpiti dalla spada. Nel 1190 tutti i giudei rifugiatisi nel castello di York vengono massacrati, anche quelli cui era stata promessa misericordia in caso di conversione al cattolicesimo. A Tubal, a Shylock  e ad altri ebrei come loro va meglio. Vivono e fanno affari con i cristiani, con tutti. Sono integrati nell’economia del loro tempo. Sono presenti e pure riconoscibili. Camminare nella Venezia del XVI secolo infatti è un po’ come farlo nella Germania nazista. Il pezzo di stoffa che serve a identificarli in pubblico è un contrassegno obbligatorio disposto dal Concilio lateranense di Innocenzo III. L’Europa cristiana distingue e marchia chi di fronte a Pilato ha scelto a gran voce Barabba. L’ebreo è condannato a non sentirsi mai legato al posto in cui risiede. L’ebreo non appartiene a nessun luogo. E’ l’ebreo errante. “Io me ne andrò da qui e troverò riposo, ma anche tu andrai via e non potrai avere riposo finchè io non sarò tornato”. La leggenda mette la maledizione proprio in bocca a Gesù quando sulla via della croce si vede negato il ristoro da uno sprezzante calzolaio di nome Assuero.

György Hunyadkürti a Napoli

Grazie a questi elementi della narrazione di Tubal tutto è più chiaro. Il risentimento, la diffidenza, il dispregio, in una parola l’odio che Shylock porta nei confronti del cristiano Antonio, che presta denaro senza applicare tassi d’interesse, va oltre la semplice disistima professionale. Shylock si ribella al suo stesso personaggio. E’ prigioniero del suo stesso ruolo. Un prototipo classico. L’ebreo, usuraio, malvagio per definizione, che può essere solo malvisto dalle platee. Shylock deve rispettare questo copione. Di conseguenza giudica la bontà di una persona in base alla sua solvibilità, esige una libbra della carne del suo debitore come pegno per il suo prestito e tiene più ai suoi averi della sua stessa figlia. Tubal sa tutto questo e prova a redimere l’amico di fronte allo spettatore anche quando al suo processo la stessa giustizia che lo vuole parte lesa lo trasforma in carnefice e degno solo della grazia che gli eviterebbe una sicura condanna a morte. Shylock esce sconfitto. Punito dalla legge e dal pubblico. Ma allo stesso tempo, adesso, grazie al suo unico amico, prevale su quanti sentenziano credendo di essere immacolati e sull’ottusità di quanti pensano che il male sia prerogativa di una minoranza. “Sono ebreo, - conclude Tubal - pensi che l’ebreo non abbia mani, organi, sentimenti, sensi o passioni? Come il cristiano non è lo stesso inverno che lo gela, la stessa estate che lo scalda? Se ci pungete non sanguiniamo? Se ci avvelenate non moriamo forse? E se ci disonorano non cerchiamo forse vendetta?” In Shylock perde il rancore, perde l’invidia, perde il male. Perde anche l’uguaglianza del genere umano.


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giovedì 1 ottobre 2015

L’UNGHERIA, I MIGRANTI E CINQUE ERRORI DA EVITARE

Migrante siriano alla stazione Keleti di Budapest (foto: MTI)
Se volessimo riassumere tutto con le parole pronunciate da Matteo Renzi all’ultima festa dell’Unità potremmo subito chiudere il discorso dicendo che il premier Viktor Orbán e i milioni di ungheresi che lo hanno votato e che si identificano in lui sono delle bestie. Riteniamo tuttavia opportuno strappare alla facile propaganda il dibattito sulla crisi migratoria restituendole una più dignitosa centralità politica, tanto più ora che media e cronache iniziano ad occuparsi di altro. La drammaticità di alcune immagini rischia di creare assuefazione e i sentimenti di rancore, solidarietà, compassione, indignazione che ne scaturiscono, prima o poi sfuggono via con la stessa velocità con cui si popolano e si spopolano le pagine di un social network. Diventano solo post vecchi. Allora può capitare che un povero corpicino esanime adagiato su una spiaggia turca rimuova dalla coscienza collettiva i singhiozzi e le lacrime di una bambina palestinese mentre Angela Merkel  è intenta a spiegarle come l’asilo politico non possa essere riconosciuto a tutti, nemmeno a suo padre. Così come può capitare che quello stesso povero corpicino si dissolva nella memoria superato da una reporter che si diverte a sgambettare migranti.  Questo rincorrersi e annullarsi di emozioni non è costruttivo ed è solo strumentale allo scaricabarile inscenato ormai da mesi dai governi nazionali. Provando allora a riflettere senza semplificazioni faziose e moralismi, ci sembrano almeno cinque gli errori da evitare.

Primo errore: la solidarietà non va confusa con la sovranità. La prima è una categoria etica personalissima che fa onore a chi la mette in pratica. La seconda è l’elemento costitutivo di uno stato e si fonda sul controllo del suo territorio e delle frontiere che lo delimitano. Quando poi si aderisce a convenzioni internazionali - nella fattispecie Schengen e Dublino - che disciplinano anche gli spostamenti transfrontalieri di cittadini extracomunitari, la responsabilità in capo ai singoli governi è duplice. Il caos generalizzato che si è creato lungo le rotte migratorie abituali che attraverso Balcani e Mediterraneo puntano al centro e al nord Europa, è frutto di un annunciato quanto inevitabile corto circuito. La fuga dei popoli da aree di disagio non è un fatto recente.  La novità è costituita dalle dimensioni e dall’origine dei flussi.  In più nè Schengen nè Dublino sono stati concepiti in una contingenza tale da poter prevedere un afflusso di immigrati così sproporzionato e concentrato nel tempo.

Particolare delle recinzioni sulla frontiera meridionale ungherese
Secondo errore: non si può giudicare la situazione che si è generata nel vecchio continente prescindendo dal collasso dell’ordine che ha retto per circa mezzo secolo alcuni paesi chiave dell’aera mediterranea. Le primavere arabe, efficaci nell’abbattere dittatori, hanno fallito nel tentativo di realizzare nuove forme di organizzazione sociale e politica. Nè tantomeno la comunità internazionale - organizzata e non -  è riuscita a proporre e a produrre delle soluzioni in grado di arginare lo stato di confusione e di guerra civile da cui fuggono ora milioni di profughi vittime di una pluralità di carnefici. Le nazioni pacificate non hanno che due alternative: occuparsi concretamente delle aree di instabilità senza escludere nessuno strumento, uso della forza compreso, oppure assistere consapevolmente da estranei all’esplosione di società incapaci di autogestirsi esponendosi di conseguenza a future crisi umanitarie oltre che ad attivissimi focolai di terrorismo.


Nei pressi di Szeged. (foto:Carlo Angerer NBC News)
Terzo errore: la predilezione per i profughi siriani rischia di creare una inutile discriminazione ed una solidarietà a numero chiuso. E’ difficile capire infatti perchè un cittadino siriano debba avere più diritti rispetto ad un iracheno della provincia di Ninive, ad un afgano di Kunduz o ad un libico di Sirte. Per non parlare di chi vive gli innumerevoli conflitti del continente africano e sfugge ad esempio dal macete di Boko Haram in Nigeria. L’occidente non è nuovo a queste forme di ipocrisia per cui le sofferenze patite sono più o meno degne di nota  a seconda della provenienza del dannato di turno. Affidarsi poi al diritto internazionale per definire il grado di stabilità raggiunto da un paese è risibile.

Quarto errore:  la tentazione di dividere i capi di stato europei in buoni e cattivi ignorando che i primi non sono propriamente immacolati. A guadagnarsi la fama del più cattivo tra i cattivi c’è però il premier ungherese. Ma cosa ha fatto Viktor Orbán per ottenere questo primato? A gennaio, in visita ufficiale a Parigi, tracciando un solco tra i rifugiati politici e i migranti economici, ha solo anticipato uno dei princìpi cardine delle future politiche migratorie fatto proprio nel corso dei mesi  successivi dai governi, Commissione Europea compresa. Ha scelto di erigere delle barriere - temporanee e amovibili -  sulle frontiere meridionali del paese mentre il suo collega inglese Cameron  inviava cani addestrati e materiali di recinzione alla gendarmeria  francese per bloccare i migranti a Calais. Ha deciso l’impiego dell’esercito per  coadiuvare la polizia nella difesa dell’ordine pubblico e nel presidio delle zone di transito ufficialmente riconosciute, quando le forze armate altrove (si veda l’Operazione Strade Sicure in Italia) sono dispiegate con discrezione e senza psicosi nelle principali città con compiti di vigilanza e di lotta alla criminalità. Röszke e Bicske, poi, non meno di Ceuta, Lesbo, Lampedusa, Ventimiglia o il varco dell’Eurotunnel sono i luoghi dove è andata e va in scena l’impreparazione degli stati europei di fronte ad un fenomeno che non può essere gestito se con uno sforzo collettivo e unitario in termini di strategie e risorse.

Migrante in viaggio da Röszke a Budapest (foto: mno.hu)
Quinto errore: non sottovalutare Viktor Orbán quando parla di difesa della cristianità del continente. La questione posta dal premier ungherese non è secondaria. Se al momento la presenza degli immigrati è un problema di ordine pubblico e di emergenza umanitaria, nel lungo termine sarà ineludibile affrontare il tema dell’integrazione. Quale sarà il modello di società proposto dall’Europa alle nuove generazioni ed alle migliaia di musulmani incorporati? Un multiculturalismo laicista da autocensura o una collettività tollerante fiera delle libertà di cui è garante ma rispettosa al tempo stesso delle sue radici cristiane? La vera sfida avrà luogo una volta rimossi gli ostacoli fisici. Parlarne pertanto ora, in questi termini, con schiettezza e con la giusta retorica non può che essere di aiuto, a meno  che la religione non sia considerata un fattore anacronistico e in via di dismissione.



sabato 1 agosto 2015

TRA DOTTRINA POLITICA E DIRITTO: CONOSCIAMO PÉTER PACZOLAY, NUOVO AMBASCIATORE UNGHERESE IN ITALIA

L'incontro con Mattarella e la consegna della lettera di credenziali
Con la consegna della Lettera di credenziali nelle mani del Capo dello Stato Sergio Mattarella il 15 luglio, si è perfezionata e ultimata la procedura di nomina del nuovo ambasciatore della Repubblica d’Ungheria in Italia, S.E. prof. Péter Paczolay. Il nuovo inquilino di Via dei Villini non è un diplomatico di carriera ma presenta un curriculum prestigioso. Fino al febbraio scorso ha ricoperto infatti la carica di presidente della Corte Costituzionale ungherese. Il 15 marzo, in occasione della festa dell’indipendenza nazionale, aveva ricevuto l’Onorificenza al merito della Repubblica d’Ungheria e in quella data l’assegnazione alla sede diplomatica di Roma era probabilmente molto più che in via di definizione.

Péter Paczolay
Non è difficile trovare un legame tra il prof. Paczolay e l’Italia. Chi ne conosce i trascorsi accademici sa che quando fu chiamato dall’ex-professore e amico Mihály Bihari alla cattedra di Scienze politiche, da lui fortemente voluta all’Università ELTE di Budapest, Paczolay era presentato come il maggiore esperto ungherese vivente di Machiavelli. Péter Paczolay è uno dei cosiddetti “professori intercity”. La sua carriera universitaria, dal 1990 al 2005, si divide infatti tra insegnamento e incarichi di dirigente e vice-preside di facoltà a Budapest e a Szeged. Oltre alla dottrina politica - settore disciplinare privilegiato nonchè materia di insegnamento - si distingue per lo studio del diritto costituzionale comparato e del diritto pubblico dei paesi europei. Nel ’90 László Sólyom, primo presidente della Corte Costituzionale, lo vuole al suo fianco prima come consigliere poi come segretario generale dell’istituzione. Con l’elezione di Ferenc Mádl alla presidenza della repubblica nel 2000, Paczolay viene ingaggiato come vice-direttore dell’Ufficio del Presidente (KEH). Sono anni in qui egli si dedica all’applicazione e alle possibilità di esercizio del diritto di veto costituzionale presidenziale. Come conseguenza lo strumento viene utilizzato spesso in quel periodo e in modo politicamente definito bipartisan. A farne le spese saranno sia il primo esecutivo Orbán sia i governi socialisti Medgyessy e Gyurcsány. Sólyom, eletto successore di Mádl nel 2005, ritrova proprio il fidato Paczolay che con il suo lavoro sarà praticamente l’ultimo filtro di tutti gli affari giuridici sottoposti al Capo dello Stato.
La collaborazione tra i due dura pochi mesi perché nel 2006 è all’ordine del giorno la sostituzione di un giudice costituzionale. La forte sponsorizzazione di Sólyom unita alle qualità dell’uomo fanno di Paczolay il terzo caso in assoluto di giudice della Corte Costituzionale eletto per consenso. Si è detto che con un unico posto in palio non si poteva scontentare né la destra né la sinistra ma in Péter Paczolay sia destra che sinistra hanno trovato una figura tanto temibile quanto appropriata a ricoprire quel ruolo con un appoggio trasversale. Egli stesso si è definito in passato “conservatore moderato” ma anche “conservatore liberale”. Dopo soli due anni dalla nomina ottiene la presidenza dell’organo guardiano della Costituzione. Come ha ricordato di recente: “Io sono stato presidente di due Corti Costituzionali distinte: la prima volta quando sono stato votato dai miei colleghi, la seconda volta dal parlamento (in seguito all’approvazione della nuova legge sulla Corte ndr). Un’esperienza bella e rara e molti mi invidiano per questo”.
15 marzo 2015, festa nazionale ungherese. Consegna dell'onorificenza al merito
In una prima fase è stato inevitabile e pressoché perenne il confronto con quello che da più parti è stato definito il suo mentore, László Sólyom, incarnazione di una Corte Costituzionale decisamente protagonista e interventista negli anni del consolidamento democratico. Col tempo però Paczolay ha impresso sempre più il suo timbro in un quadro generale tutt’altro che stabilizzato. L’approvazione della nuova Costituzione, i successivi emendamenti molto criticati in patria e all’estero, una certa limitazione dei poteri della Corte stessa, la supermaggioranza del governo Orbán sono stati tutti momenti in cui una velata tensione tra i vari organi dello stato non è mai sfociata in aperte rotture grazie anche alla presidenza Paczolay.  Conservatore nelle questioni etiche, liberale quando si trattava di decidere sui diritti di libertá, il suo programma, come ha ribadito in uno dei suoi ultimi interventi da presidente, è stato quello “di infondere lo stato di diritto come elemento fondamentale nel funzionamento della Corte”. “Se la Corte - ha aggiunto - partorisce delle decisioni tra esse contrastanti non rafforza lo stato di diritto ma ne scava la fossa” . Quello  che lascia in eredità è un vero “testamento politico ovvero che i suoi successori devono sempre perseverare nel produrre sentenze coerenti”. 

A febbraio, in quello che è stato un congedo ufficioso dalla toga, di fronte all’Accademia Ungherese delle Scienze ha detto: ”Me ne vado soddisfatto, ma con questo non voglio dire che continuerei”. Continua tuttavia il servizio all’Ungheria di Péter Paczolay nella forma istituzionale più alta ovvero quella di capo missione diplomatica all’estero. Resta da vedere se Roma sarà la tappa iniziale di una nuova carriera o il coronamento di una già ricca esperienza di vita.
      

domenica 26 aprile 2015

NAPOLI E UNGHERIA UNITE DAL MEDIOEVO:STORIA E ARTE NEL LIBRO DI MÁRIA PROKOPP

Napoli e Ungheria sono molto più vicine di quanto si possa pensare. Questo legame affonda le sue radici nella storia medioevale e ruota attorno alla figura della regina Maria d’Ungheria andata in sposa a Carlo II d’Angiò. Un libro di Mária Prokopp racconta la storia di questo intreccio dinastico attraverso l’arte e i monumenti ovvero  i segni più tangibili che ne sono derivati e di cui tuttora Napoli è beneficiaria. Una trattazione fluida e ricca di documentazione fotografica per testimoniare quella che da più parti è definita ”l’età dell’oro” del capoluogo partenopeo alla cui fioritura ha partecipato una serie di sovrani di origini magiare.

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Per capire come mai lo stemma degli Árpád, la prima dinastia di sovrani magiari, possa ornare e sovrastare la facciata del duomo di Napoli basta leggere il nuovo libro della professoressa Mária Prokopp, “Ricordi ungheresi medievali a Napoli”. Mediante un percorso fatto di puntuali riferimenti storici che coprono un arco temporale di circa duecento anni a partire dalla seconda metá del 1200, la professoressa Prokopp, ordinario di Storia dell’Arte presso l’Università degli studi Eötvös Lóránd (ELTE) di Budapest, ricostruisce la cronologia della presenza ungherese nell’arte e nell’architettura napoletana. La trattazione è accompagnata da una ricca e dettagliata documentazione fotografica curata dall’ingegnere Horváth Zoltán György. Il volume edito da Romanika - casa editrice molto attenta alla diffusione del patrimonio culturale magiaro - si aggiunge ad altri lavori che in passato hanno avuto come oggetto le tracce e i monumenti ungheresi in Italia e a Roma.
 
Amedeo Di Francesco e Pierluigi Leone De Castris


L’ultima opera di Mária Prokopp, presentata al pubblico napoletano la scorsa settimana al caffè letterario del complesso di San Domenico Maggiore, si occupa in particolare del periodo angioino che senza alcun dubbio “può essere considerato l’età dell’oro per Napoli”, come ricorda il professore Amedeo Di Francesco nella sua relazione introduttiva.”E’ innaturale - sottolinea Di Francesco che insegna lingua e letteratura ungherese all’Università degli studi L’Orientale - parlare della Napoli angioina senza parlare di Ungheria”. Tutto ruota attorno alla figura di Maria d’Ungheria che entra nella storia del regno di Napoli attraverso il suo matrimonio con Carlo II d’Angiò. Gli effetti di questa unione si protraggono per diverse generazioni di sovrani napoletani e ungheresi. Nella cronologia della millenaria monarchia magiara si distingue ad esempio chiaramente la ”fase dei re angioini”. Il professore Di Francesco fa riemergere questa fusione dinastica elencando una serie di importanti richiami letterari. Carlo Martello, figlio della regina Maria, è il protagonista dell’ottavo canto del Paradiso di Dante. Andrea d’Ungheria brutalmente assassinato per intrighi di potere è invece il ”puer alti animi” di cui scrive Petrarca in una sua epistola delle Familiares. Imre Madách poi, scrittore ungherese dell’ottocento, dedica agli angioini una intera trilogia.
Pierluigi Leone De Castris

L’eredità più tangibile resta tuttavia quella affidata all’arte e i segni lasciati dagli angioini, negli anni trattati da Mária Prokopp, sono caratterizzanti non solo quell’epoca. Sono tuttora i simboli di una città. Le basiliche di San Lorenzo Maggiore, di Santa Chiara, lo stesso complesso di San Domenico Maggiore e il duomo, oltre ad appartenere al medesimo profilo architettonico, sono legate alla profonda devozione e alle vicende personali di una famiglia di regnanti che ha tra le sue figure di spicco proprio Maria d’Ungheria. Ne parla nella sua relazione il professore Pierluigi Leone De Castris, docente di storia dell’arte moderna all’Università Suor Orsola Benincasa, mettendo in risalto i pregi, la personalità, le doti di questa regina. Una donna dal carattere forte, lungimirante, amante e cultrice dello sfarzo ma al tempo stesso devota e umile nella preghiera.  Prima di tutto madre, di tredici figli, tra cui si distinguono principalmente due re ed un santo, quel Ludovico vescovo di Tolosa santificato proprio in sua presenza a significare quasi il riconoscimento della divinità della stirpe reale Árpád-Angiò (beata stirps). Maria è regina di Napoli e lo è anche quando rimane vedova. Difende strenuamente la doppiezza del trono magiaro e napoletano in favore del nipote Carlo divenuto precocemente re d’Ungheria. Di fronte alla prepotenza e alla caparbietà senza scrupoli del figlio terzogenito Roberto nel guadagnarsi la corona di Napoli, stanca di una politica fatta di troppe bassezze e  colpi di mano si ritira in convento insieme alle clarisse. Chiude la sua esistenza nella riflessione e nell’esperienza della vita monastica, ritornando idealmente alle origini.  Si può infatti intuire come nella sua educazione abbia influito l’avere avuto in famiglia Santa Elisabetta e Santa Margherita d’Ungheria, rispettivamente zia del padre e zia paterna.

La professoressa Mária Prokopp

La predilezione per l’ordine francescano, di cui divenne anche terziaria, non inibisce tuttavia il gusto della regina per il lusso come dimostra una commissione - documentata - di 4600 pelli e piumaggi di pavone. Il patrimonio personale di Maria d’Ungheria è stato valutato in quattromila once, una cifra pari ad un decimo delle entrate dell’intero Regno di Sicilia, un autentico tesoro in buona parte investito in numerose attività di mecenatismo. Si ricordano tra gli altri le sovvenzioni per alcuni affreschi nella Chiesa inferiore della Basilica di San Francesco ad Assisi. Il nome della sovrana si lega però alla cosiddetta “opus manuum suarum” per eccellenza, il complesso di Santa Maria di Donnaregina, realizzazione fortemente voluta da Maria e donata alle clarisse orfane del loro convento distrutto da un terremoto e la cui chiesa ne ospiterà anche il monumento funebre. La memoria di questa sovrana ungherese è così affidata alle opere e ai monumenti di cui è stata committente e finanziatrice.

“Ricordi ungheresi medievali a Napoli” della professoressa Prokopp, presentato grazie al patrocinio del Consolato ungherese e dell’associazione culturale che porta il nome non casuale della regina Maria d’Ungheria, è un manuale di facile lettura, in cui la dimensione scientifica del testo si fonde con quella divulgativa. Nelle pagine del libro, grazie all’arte e alla storia, si legge un messaggio valido per le generazioni attuali. La Napoli angioina, baricentro di un regno che racchiude in sè la compenente francese e provenzale, mediterranea e orientale, che estende le sue mire fino a Gerusalemme e al Danubio, sembra essere lontanissimo precursore del progetto di unità del continente europeo. Il lascito del dominio angioino arricchito, come descritto, dall’elemento magiaro è artistico e politico al tempo stesso. La cultura europea non va solo conservata, ma continuata.

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mercoledì 18 marzo 2015

FESTA NAZIONALE UNGHERESE A NAPOLI:LA COMUNITA' INCONTRA IL PREFETTO

Rappresentanti della comunità ungherese a Napoli in Prefettura
Quest'anno la ricorrenza del 15 marzo, in cui si celebra il ricordo della guerra d'indipendenza ungherese del 1848-49, è stata occasione di incontro tra la piccola comunità magiara di Napoli e il nuovo prefetto della città Gerarda Pantalone. La massima autorità governativa sul territorio ha aperto le porte del suo studio privato ad uno scambio in cui formalità e informalità si sono coniugate per dar vita ad una piacevole conversazione. La circostanza non è casuale se si considera che Garibaldi affidò la prima esperienza di governo di Napoli ad un ungherese, Stefano Türr. L'effige del generale danubiano è poi riprodotta in un pannello scolpito esposto proprio su una delle pareti esterne del palazzo della Prefettura. L'opera fu inaugurata nel 2002 dal presidente della repubblica ungherese Ferenc Mádl , primo capo di stato in visita ufficiale a Napoli dal 1963, quando era stato John Kennedy a sfilare per le vie della città. Da allora l'omaggio a Stefano Türr è un appuntamento fisso, come ricorda al prefetto Judith Jámbor, presidente dell'associazione "Maria d'Ungheria Regina di Napoli", organizzatrice dell'evento insieme al Consolato d'Ungheria.

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venerdì 20 febbraio 2015

PUTIN A BUDAPEST: PICCOLO VALZER DI OPINIONI SULLA STAMPA ESTERA

Orbán e Putin a colloquio nell'Ufficio del premier ungherese al Parlamento
Per alcune ore martedì scorso l’attenzione della stampa internazionale si è concentrata su Budapest dove il Presidente russo Vladimir Putin è stato in visita ufficiale. Offriamo una breve rassegna stampa così come raccolta dal portale del quotidiano Népszabadság.

Il New York Times nella sua corrispondenza parla del viaggio di Putin come decisamente più dimesso rispetto alla “marcia trionfale” dell’ottobre scorso in Serbia, tanto per le difficoltà economiche russe – si ipotizza – quanto per la necessità del premier Viktor Orbán di ricucire con l’Occidente. Il leader russo si è visto in pubblico solo al momento della conferenza stampa congiunta in cui si è mantenuto comunque un basso profilo.  Non sono stati toccati argomenti scomodi per entrambi del tipo Ucraina (sponda russa) o cenni su  "democrazia illiberale"rifiuto di migranti economici (sponda ungherese).
  
Il Washington Post espone l’oggetto degli accordi firmati dai due leader, in particolare mette in risalto il favore e l’impegno di Mosca nel finanziare, costruire, e alimentare con combustibile la centrale atomica Paks-2, in grado di assicurare un quarto della fornitura di energia elettrica dell’intera Ungheria. Secondo il quotidiano l’investimento è volto a guadagnare la lealtà ungherese ed una maggiore influenza nel paese. “A quanto pare sembra essere la strategia giusta - scrive WP - considerando i favori politici e diplomatici offerti alla Russia ed elargiti col chiaro intento di strappare prezzi del gas più bassi”. Secondo una fonte diplomatica anonima esperta di questioni magiare riportata dal giornale, l’obiettivo non dichiarato della Russia è quello di rompere l’unità europea servendosi proprio degli stati più deboli. L’Ungheria dal punto di vista energetico è assoggettata. L’impegno russo nel nuovo reattore nucleare ungherese è stato dunque ripagato con un dono gradito e atteso da Putin: la possibilità di andare in visita in una capitale europea.
L'impianto nucleare di Paks in Ungheria

WP  fa anche notare come per quanto l’Ungheria abbia fatto di tutto per non caricare di significati diversi da quelli del business l’accordo del reattore di Paks e la visita di Putin, la Russia non distingue mai la politica dagli affari. Risulta poi che l’Ungheria proprio in virtù del citato accordo sia entrata in contatto con due uomini d’affari vicini al presidente russo, iscritti tra l’aprile e il luglio scorsi nella “lista nera” delle sanzioni di USA e UE scaturite dalla vicenda ucraina. Si tratterebbe di Dmitrij Kozak e Boris Gryzlov rispettivamente presidente del consiglio di amministrazione delle banche coinvolte nel progetto Paks e presidente del consiglio di amministrazione dell’agenzia atomica russa Rosatom. WP conclude con le dichiarazioni del commissario del governo ungherese per l’allargamento di Paks Attila Aszódi che, interpellato sulla questione, nega la conoscenza di simili relazioni assicurando al contrario che il ruolo dei politici in affari simili è “molto piccola”.

Secondo il Wall Street Journal la visita di Putin in Ungheria è parte di un percorso di riequilibrio tra Est e Ovest di Viktor Orbán. Se infatti negli ultimi tempi il premier magiaro ha da un lato scontentato Bruxelles con misure di accentramento del potere, con la riscrittura della costituzione e con la più recente teoria della democrazia illiberale, si è mantenuto tuttavia fortemente fedele alle membership NATO e UE.

Maggiore scetticismo è manifestato dal Financial Times che ha sottolineato l’ironia nascosta del gesto con cui Putin ha reso onore ai soldati russi morti in Ungheria nel 1956 senza fare lo stesso con le vittime della rivoluzione.  Per il quotidiano britannico la tappa ungherese di Putin è la dimostrazione che in Europa ci sono ancora capitali dove viene festeggiato nonché la constatazione per l’Occidente che la Russia ha ancora influenza sull’Europa orientale e che la dipendenza energetica da Mosca è destinata a perpetuarsi.




sabato 29 novembre 2014

PONTI-EPOCHE-BUDAPEST A NAPOLI…NON E’ SOLO UNA MOSTRA



Una foto del ponte Elisabetta durante la ricostruzione negli anni 60
Dopo Strasburgo, Bruxelles, Lubiana, Maribor, Bucarest e Roma, la mostra Ponti-Epoche-Budapest fa tappa a Napoli. L’inaugurazione ufficiale giovedì scorso, nell’antisala del Consiglio provinciale di Napoli presso il complesso di Santa Maria La Nova. Moderatrice dell’evento Judith Jámbor Katalin (nella foto in basso), presidente dell’Associazione culturale “Maria d’Ungheria Regina di Napoli” cui va il merito, insieme al Consolato onorario d’Ungheria a Napoli, di aver inserito il capoluogo partenopeo nell’iniziativa.

Molto nutrita la rappresentanza istituzionale a partire dall’assessore provinciale alla cultura Francesco De Giovanni di Santa Severina e dal console onorario Andrea Amatucci. Nei loro interventi sono state riconosciute la validità e la potenzialità di manifestazioni del genere in un contesto socio-economico particolarmente complesso e problematico come quello napoletano. La sinergia tra istituzioni sul piano artistico e scientifico è un elemento imprescindibile nell’organizzazione di eventi che riescono a trasmettere dei valori anche alla luce della storia e delle comuni esperienze passate. Napoli e Budapest, il cui gemellaggio a partire dal 1997 è stato menzionato da László Gálantai addetto agli Affari politici dell’Ambasciata d’Ungheria in Roma, non hanno in comune solo l’acqua nelle sue forme marina e fluviale. I destini delle due città sono stati legati da figure femminili di rilievo come la regina consorte Maria d’Ungheria e Beatrice, moglie del sovrano rinascimentale magiaro Mattia Corvino.

La dottoressa Judith Jámbor
Ponti-Epoche-Budapest “è al tempo stesso storia e storia dell’arte”, ha spiegato Péter Módos, presidente della fondazione Európai utas (Viaggiatore europeo), è una mostra fotografica di 29 pannelli e di brani didascalici dedicati alla capitale ungherese ed alle sue infrastrutture più caratteristiche dal punto di vista storico, architettonico, turistico: i ponti. Nel saluto scritto del sindaco di Budapest, István Tarlós, inoltrato proprio per l’apertura della rassegna, si legge che “le immagini esposte abbracciano più di due secoli della storia della città di Budapest e illustrano anche quella dell’Ungheria, infatti la città è sempre il centro degli avvenimenti storici del Paese, come la rivoluzione e lotta di liberazione contro gli Asburgo del 1848-49, la seconda guerra mondiale, del 1945, l’assedio della città, oppure il 1956, la rivoluzione e la sua oppressione”. Il primo cittadino di Budapest ripercorre nel suo messaggio la tragicità di alcuni eventi immortalata proprio dai rottami nel Danubio ghiacciato del Ponte delle Catene fatto esplodere dai nazisti, oppure dai tank sovietici a bloccare il Ponte Margherita. Oggi quegli stessi ponti sono il simbolo paesaggistico migliore della capitale magiara in un contesto panoramico unico in cui si sposano fiume, pianura e colli.

I contributi istituzionali alla mostra hanno introdotto un successivo approfondimento culturale offerto dagli interventi di Amedeo Di Francesco, professore ordinario di Lingua e Letteratura ungherese all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, e di László Csorba, direttore del Museo Nazionale di Budapest. 

Gli spunti di riflessione offerti dal professor Di Francesco partono dalla letteratura magiara e portano a considerare un aspetto: i ponti di Budapest sono sempre stati e sono tuttora un punto di osservazione privilegiato, uno spazio fisico che invita alla riflessione. In altre parole l’incontro tra le case prospicienti il fiume e il fiume stesso è fonte di ispirazione comune per tanti poeti e scrittori nel modellare le loro considerazioni sulla storia, sul mondo. Così allora Gyula Illyés pensando al ponte delle catene ed al suo ideatore, il patriota risorgimentale ungherese István Széchenyi, scrive: ”il ponte vale più dei sui libri”, a significare come un’opera materiale sia così determinante da incarnare l’idea dell’ unificazione nazionale ancor più di uno scritto o di tanti discorsi. Il ponte delle catene non è tuttavia il solo a figurare nelle antologie ungheresi. János Arany, grande poeta ottocentesco, sceglie il ponte Margherita per titolare i versi del suo Híd-avatás (L’Inaugurazione del ponte) e Sándor Weöres riferendosi al ponte Elisabetta dirà che è quello che in inverno non si vede, immerso com’è nelle nebbie molto frequenti del periodo. Quanto detto riguarda i ponti reali ma l’immagine che il professor Di Francesco vuole lasciare è ideale: “l’Ungheria stessa è ponte tra sé stessa è il mondo, tra Oriente e Occidente, un tassello nella costruzione dell’Europa”.

La ricostruzione storica della mostra è affidata invece al professor Csorba la cui relazione parte dal Medioevo, quando la capitale dell’Ungheria è solo Buda collegata a Pest - fulcro dello sviluppo economico dell’intera area - attraverso un ponte non permanente adagiato sul fiume e rimosso ad ogni fine della stagione calda. Csorba sofferma la sua esposizione su quello che è il vero simbolo della città, sul primo ponte di Budapest, il Lánchíd (Ponte delle Catene). Inevitabile l’accostamento con il suo ideatore, István Széchenyi, e segnatamente con la sua esperienza britannica. Széchenyi resta affascinato dall’Inghilterra, dagli stili architettonici, dall’illuminazione pubblica dai sistemi di scarico idrico, water closet compresi. Ma a colpirlo maggiormente sono le macchine, gli allevamenti di cavalli e la Costituzione. Il parlamentarismo liberale inglese come modello di composizione e organizzazione della comunità nazionale avrà una notevole presa sul politico ungherese. Inglese sarà anche il progettista del Ponte delle Catene, quel William Tierney Clark tra i pionieri nell’ideazione di ponti a sospensione. L’Hammersmith Bridge di Clark sul Tamigi si può considerare la prova generale del Lánchíd ovvero del ”GREAT SUSPENSION BRIDGE OVER DANUBE”, come si legge sulla tomba dell’ingegnere d’oltremanica. Il Lánchíd è l’opera che caratterizza una città, un’epoca, un uomo. Anche per questo Kossuth Lajos definisce Széchenyi ”il più grande magiaro”.




La mostra Ponti-Epoche-Budapest, che resterà visitabile fino al prossimo 10 dicembre, è un biglietto da visita speciale per la città che, come ha sottolineato il professor Di Francesco, “ora è il meglio dell’attuale Ungheria”. Unanime è stata in conclusione la manifestazione di un intento, di una speranza: vedere realizzato un altro ponte virtuale nel prossimo futuro con una mostra su Napoli a Budapest.

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giovedì 23 ottobre 2014

IL 23 OTTOBRE, MÁRAI E UN PENSIERO SUL ‘56

Nel novembre del ’56 lo scrittore e poeta ungherese Sándor Márai torna in Europa dagli Stati Uniti dove si era trasferito già quattro  anni prima. Quando scrive dell’Italia nelle note del suo diario che riportiamo di seguito, l’intervento di “normalizzazione” delle truppe sovietiche in Ungheria è cominciato già da una decina di giorni. L’Armata rossa ha varcato in forze i confini magiari e la rivoluzione di ottobre è di fatto fallita.

Napoli, 15 novembre.  L’aereo viaggiava alto sulle Alpi nella luce della luna piena. In basso le Alpi risplendevano di blu, innevate. A Napoli lo scirocco. Per le strade automobili con altoparlanti e folle. Tutti gridano: “Ungheria, Ungheria!”. Questo grido risuona sotto il Vesuvio, nel porto. Grande folla nella chiesa di Via Brigida. Il prete, a braccia aperte, esclama: “Ungheria!” e “…mortificazione…”. Tutti abbassano la testa. Molti nascondono le facce nel palmo delle mani.

Roma, 16 novembre. Z. - diplomatico, italiano – dice:”Non creda a questi manifesti: alle dichiarazioni da lacrime di coccodrillo dell’intellighenzia comunista che fa mea culpa. I comunisti gioiscono per quello che succede ora in Ungheria”. Parla nervosamente. Conosce molto, ha visto molto. “I pericoli sono grandi, perché nessuno può permettersi...nè i russi, nè gli ungheresi… Da situazioni disperate possono originare solo conseguenze disperate”.  E ancora: “L’Ungheria ora avrebbe bisogno di uno statista che sappia contrattare. Non di un Garibaldi, ma di un Cavour”.

Due brani, poche parole e qualche gesto per esprimere un concetto, uno stato d’animo, un atteggiamento che definire colpevole forse è sbagliato: l’ipocrisia del non-intervento. Nella politica ovvero nella storia il concetto di colpa è molto relativo, approssimativo. Nella dialettica tra gli stati poi, quello che è giusto lo decide il forte, il vincitore, un solido quanto temporaneo blocco di alleanze. 

Nella parte democratica dell’Europa, quella che geograficamente incarna insieme all’alleato americano l’ “Occidente” inteso come sistema di valori costituiti, i dibattiti sulla situazione internazionale e sui “fatti d’Ungheria” dividono, lacerano, scuotono le coscienze di tutti. In primis quelle dei politici. In Italia ad esempio, la compattezza del Partito comunista è attraversata dalle posizioni “pericolose” di chi, in netta minoranza, condanna la nuova invasione sovietica. I tank russi per le strade di Budapest sono il cinico prezzo da pagare per preservare una comunione di intenti ideologica col paese, l’Unione sovietica, che più di ogni altro rappresenta la forma statale e istituzionale del socialismo, il modello da seguire. Lo stesso cinismo tuttavia appartiene a chi quel modello lo combatte sul piano politico ed economico e che non vuole correre il rischio che il confronto si trasformi in scontro bellico. In troppi sono già morti per Danzica e morire per Budapest ora non sarebbe lo stesso, non sarebbe giustificato. In gioco c’è un equilibrio fragile ma stabile, il mondo bipolare uscito dal secondo conflitto mondiale che né piccoli né grandi focolai possono minacciare. Ovunque essi siano vanno spenti. 

La mortificazione, la testa bassa, i volti nascosti tra le mani di cui scrive Márai sono probabilmente il segno di una coscienza che nonostante tutto esiste, una coscienza che riconosce, seppure nell’impossibilità di intervenire e nell’ipocrisia dell’inazione, il senso della lotta rivoluzionaria intrapresa dai pesti srácok, quei ragazzi di Pest che si ribellano ad un sistema che li opprime e che ammazza la loro libertà. I ragazzi di Pest non hanno troppo tempo per dibattere di coerenze ideologiche e di sistemi politici. Sono soli di fronte ad un destino segnato e inevitabile. 
Soli ma determinati perché, come lo stesso Márai dirà in una composizione dedicata proprio ai fatti del 1956, ”dal sangue sorge sempre nuova vita”.


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Anche quest'anno il Governo ha allestito un sito web dedicato dove è possibile consultare il programma ufficiale delle commemorazioni nonchè altre notizie storiche sulla rivoluzione del 1956.



mercoledì 20 agosto 2014

OGGI, 20 AGOSTO: SANTO STEFANO D’UNGHERIA E FESTA DEL PANE NUOVO

Con la solennità di Santo Stefano d’Ungheria, santo patrono, re e fondatore della nazione ungherese, coincide anche la festa del pane nuovo (új kenyér ünnepe). Oggi questa corrispondenza ha una valenza fortemente religiosa e cristiana. In tutte le chiese del paese si procederà alla benedizione del pane ovvero del pane cotto con la farina prodotta dalle prime mietiture estive.

La paternità della ”festa del pane nuovo” non è ancora unanimemente riconosciuta. Sembra che le prime tracce risalgano addirittura ad una commemorazione del calendario liturgico medioevale, ossia quella della divisione degli Apostoli osservata il 15 luglio. In tempi relativamente recenti, a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, è al ministro dell’agricoltura Ignác Darányi che si deve la diffusione delle ”rinnovate” feste della mietitura la cui valenza è marcatamente sociale, rivolta all’instaurazione di ”un buon legame patriarcale”, e quindi pacificato, tra proprietari e lavoratori della terra in tempi di scioperi e sommosse nelle campagne. Il 20 agosto non è ancora contemplato, almeno fino alla vigilia del secondo conflitto mondiale, quando a Szeged, principale città sulle sponde del Tibisco, viene proclamata a scopi puramente turistici la festa del ”pane magiaro”.

A scegliere di celebrare il pane nuovo proprio nel giorno delle celebrazioni dedicate a Santo Stefano è il Partito comunista. Quello che può sembrare un paradosso, una inusuale concessione da parte di una forza politica profondamente laica nonchè in aperta opposizione ad ogni forma di culto, è un gesto conciliante. E’ troppo forte l’immagine del partito che opera in simbiosi con una superpotenza straniera, l’Unione sovietica, facendone gli interessi anche a svantaggio della patria stessa. Allora si può recuperare il rapporto con gli ungheresi anche attraverso la difesa e la rivalutazione di una tradizione popolare mai decisamente collocata nel calendario ma sempre fortemente sentita da una nazione come quella magiara legata al lavoro della terra.  Stefano primo re d’Ungheria non è un santo per il regime ma un ”rivoluzionario”, quanto basta per evitare pericolosi fraintendimenti. 

Da allora, tra le icone simboliche del 20 agosto ungherese, c’è anche la pagnotta, dalla crosta chiara e legata in un nastro dai colori del tricolore nazionale. Il senso di una festa è anche questo. La tradizione, la cultura, la religione, la politica si fondono attorno al padre della nazione, Stefano e sulle mense si benedice il frutto per eccellenza della terra su cui si vive e si lavora, il pane. Quel pane che, come i miei nonni ungheresi mi hanno insegnato, prima di essere tagliato va segnato col segno della croce.

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Per consultare i programmi completi delle celebrazioni ufficiali in onore di Santo Stefano consulta il link dedicato. 





domenica 27 aprile 2014

ANALISI POST-VOTO: L’UNGHERIA E’ DI NUOVO ORBÁN


Soffiate nei corni, sellate i cavalli, perché domani mattina partiamo”. Era il 16 febbraio 2014. Viktor Orbán chiudeva così il suo annuale discorso sullo stato della nazione. Con il lessico epico delle grandi occasioni cui ci ha da tempo abituato chiamava idealmente a raccolta tutti i suoi elettori. C’era da sferrare l’assalto finale agli ultimi cinquanta giorni di campagna elettorale. C’era da rinvigorire l’entusiasmo del popolo arancione del suo Fidesz. C’era da convincere gli indecisi a riconfermare la stessa maggioranza, quella maggioranza dei due terzi del parlamento con la quale sta plasmando il paese a partire dalla vittoria alle politiche del 2010, l’anno - come spesso ricorda il premier - del nuovo cambio di regime (rendszerváltás). Orbán non ha vinto le elezioni. Ha stravinto e ricomincia da dove aveva lasciato. Con quella maggioranza dei due terzi che, come ha dichiarato di recente, ”sarebbe più di una semplice legittimazione e aprirebbe nuovi orizzonti al punto da far immaginare che noi ungheresi siamo veramente capaci di tutto”. Come ha scritto Ildikó Csuhaj su Népszabadság non avrebbe in realtà fatto molta differenza per Orbán il poter disporre o meno di una maggioranza qualificata.

Durante la legislatura che si è appena conclusa sono state già poste solide premesse per la realizzazione del sistema di Orbán. Una nuova Costituzione  insieme a tutta una serie di modifiche successive volte a blindare nella legge fondamentale i capisaldi di un programma politico, dalla condanna del comunismo e dei suoi eredi al modello di famiglia basata sul matrimonio tra uomo e donna. Una nuova legge elettorale e la riforma dei regolamenti parlamentari. La  trasformazione della disciplina dei media e dei rapporti tra stato e confessioni religiose. Un insieme di interventi incisivi dunque, senza trascurare tutti gli uomini in quota Fidesz eletti a ricoprire le principali cariche istituzionali dalla Presidenza della repubblica, alla Banca Nazionale, dalla Corte dei Conti alla Procura generale. Manca ancora una cosa però. E Orbán non ne fa un mistero, è il suo credo politico che ha ribadito anche alla vigilia del voto:”Ho costruito - ha dichiarato in un’intervista al Magyar Nemzet - la piccola comunità di partito del Fidesz radicale e anti-regime (comunista ndr), poi, con l’aiuto dei circoli civici, la grande comunità della destra di ispirazione popolare, e da quando siamo al governo lavoro alla costruzione di una comunità nazionale che comprenda in sè anche la sinistra”. Supera l’appartenenza politica Orbán e supera anche i confini.”Egy az ország”, Uno è il paese. Questo era lo slogan della manifestazione di chiusura della campagna elettorale del Fidesz. Uno è il paese e Viktor Orbán ne è l’incarnazione. O almeno questa è la sua ambizione. Ed è stato premiato dagli ungheresi.

Troppo ampio il vantaggio per pensare che media più imparziali, circoscrizioni elettorali non ridisegnate ed una percentuale più alta di affluenza alle urne potessero ribaltare il risultato. A colpire non sono tanto i 20 e i 25 punti di distacco dati a socialisti ed estrema destra quanto i 40 che separano il Fidesz da LMP,”La Politica può essere diversa”, piccolo partito ecologista, alternativo, non legato ai vecchi schemi destra-sinistra. Segno questo di una profonda adesione dell’elettorato all’operato del governo e cosa non proprio scontata se si considera che in un paese come l’Italia, ad esempio, un movimento di protesta che fa dell’anti-politica il suo programma rischia di diventare il secondo partito. Ad eccezione forse solo di Giustizia e Sviluppo di Erdogan in Turchia,  Fidesz è il partito più votato in Europa. Il primo a congratularsi con Orbán è stato il presidente della Commissione europea Barroso. Non che il presunto antieuropeismo del primo ministro magiaro avesse bisogno di gesti del genere per essere smentito. La Merkel, Cameron e altri hanno fatto lo stesso. Il voto ungherese riconferma il leader del Fidesz tra i 17 capi di stato e di governo che vanta il Partito popolare europeo. Ed è stato il presidente del PPE in persona, Joseph Daul, a tessere elogi ad Orbán una settimana prima del voto in una Piazza degli Eroi gremita di sostenitori del premier, incassando  - cosa non meno importante - un consistente pacchetto di voti per il suo partito alle prossime europee.


Non è più tanto sconosciuto Viktor Orbán e forse l’”occidente” è chiamato a riconsiderare la qualifica di leader nazionalista-estremista spesso attribuitagli anche perchè in Ungheria questo binomio appartiene a chi è più a destra di lui, lo Jobbik, contro cui proprio il Fidesz costituisce un argine alla crescita. I due terzi del resto mettono definitivamente al riparo la maggioranza parlamentare arancione da pericolose alleanze. Insieme al suo premier anche l’Ungheria inizia a far parlare di sé. E se ne parla bene. Che non sia una potenza economica è noto. Che non aspiri a diventarlo è altrettanto noto. In un anno però il tasso di disoccupazione ha perso più di due punti e il trend è in ulteriore discesa. Rispetto al febbraio 2013 poi la produzione industriale magiara è cresciuta dell’8,2%. Hanno fatto meglio solo Slovacchia e Romania. Questo è in linea con un obiettivo ben preciso di Orbán che vuole l’Ungheria manifattura d’Europa. In tempi di crisi segni positivi davanti agli indicatori economici sono merce rara e gradita. Altri quattro anni serviranno a capire se sempre più ungheresi godranno dei benefici di una politica economica divisa tra autosufficienza ed interdipendenza. Poi Orbán, vecchio politicamante ma non anagraficamente, lascerà la scena. O forse no. Magari rivivrà sotto altre specie istituzionali e solo allora sapremo quanto è facile pensionare i politici sulle sponde del Danubio.




giovedì 10 aprile 2014

MENO VENTIDUE, DOVE SI DECIDE LA MAGGIORANZA DI ORBÁN

Ágnes Kunhalmi e László Kucsák al voto di domenica scorsa
A Pestszentlőrinc – Pestszentimre non c’è solo l’aeroporto. Sembra che i primi insediamenti risalgano già a prima dell’anno mille all’epoca delle migrazioni magiare dalle regioni trans-uraliche. Nel territorio del quartiere , che dal 1950 è il diciottesimo distretto di Budapest , c’erano le due grandi caserme evacuate nel 1990 che dalla rivoluzione del ‘56 davano alloggio alle truppe sovietiche. Siamo nella periferia sud-est della capitale. Quasi centomila abitanti distribuiti tra casette basse, mono o bifamiliari, e l’isolato che porta il nome della capitale cubana, in ungherese Havanna. Affinità ideologiche e architettura tuttora legate. Una lunga serie di palazzoni grigi in pannelli prefabbricati stile anni sessanta dove in effetti la giovane candidata socialista Ágnes Kunhalmi ha sbancato. Ha vinto in otto delle undici sezioni di questo caseggiato notoriamente “di sinistra”.  Ma non è bastato. Nel collegio è sotto di 22 voti.  20.082 contro i 20.104 del suo sfidante, il parlamentare del FIDESZ-KDNP László Kucsák. I blogger si divertono a dare i numeri e fare previsioni. Alle ultime elezioni amministrative, nella sezione ora in bilico, i socialisti vinsero (di pochissimo) nonostante i 23 punti percentuali di distacco con cui il partito di Orbán  aveva conquistato l’intero distretto. L'impresa insomma è possibile. Sabato si conteggiano i voti dei residenti che hanno votato altrove o all'estero.  Circa duemila preferenze per questo collegio - secondo i dati dell'Ufficio elettorale nazionale - che contemporaneamente potrebbero regalare il trentanovesimo seggio alla coalizione di sinistra e togliere la maggioranza dei due terzi (momentaneamente a quota 133) all’appena riconfermato premier Viktor Orbán. Il dato politico certo non cambierebbe. Orbán ha ottenuto una vittoria schiacciante. "Non hanno importanza i 2/3 - ha detto lunedì il premier alla stampa estera - ai fini della qualità dell'azione dell'esecutivo". Tutto invariato dunque.

Ágnes Kunhalmi, fonte: profilo ufficiale facebook

Tuttavia dobbiamo considerare due aspetti tutt’altro che marginali nel caso la spuntasse il centrosinistra. Orbán perderebbe una delle caratteristiche qualificanti la legislatura appena trascorsa, quella di disporre di una maggioranza cosiddetta costituente (alkotmányozó). In gioco poi non è solo la possibilità di modificare la carta costituzionale senza ricorrere necessariamente all'accordo con altre forze politiche, ma anche quella di legiferare in tutta una serie di materie (come tutela della famiglia e media) disciplinate dalle leggi organiche  che richiedono una maggioranza qualificata, dette per questo proprio “leggi dei due terzi” (kétharmados törvények). La competizione nel XVIII distretto ha in più una valenza molto simbolica in casa socialista. Il collegio era infatti riservato a Gábor Simon, l'ex-parlamentare e vice-presidente del partito - ora sottoposto a provvedimento di custodia cautelare - sul cui conto austriaco sono stati trovati milioni di euro non dichiarati. Il seggio eventualmente strappato al FIDESZ-KDNP sarebbe un successo personale di Ágnes Kunhalmi. Il credito politico della trentunenne candidata socialista, già nota al pubblico nazionale come esperta di istruzione per il suo partito, aumenterebbe in modo considerevole.

László Kucsák fonte: profilo ufficiale facebook

La Kunhalmi in realtà la sua elezione l’ha già vinta. Ha risparmiato alla sinistra il tracollo in un collegio che molti suoi colleghi avrebbero evitato. Ha accettato questa scomoda sostituzione in corsa ed è lì, ad una manciata di voti da un insperato sorpasso. La campagna è stata dura e “si è basata sulla mobilitazione”, come ha ricordato lei stessa più volte.  Il suo antagonista, il deputato dell’Assemblea nazionale László Kucsák, oltre a saper suonare chitarra elettrica e sassofono non è un avversario facile da battere. E’ il “detentore” del mandato parlamentare in questo stesso distretto, è cresciuto nel quartiere, è stato preside nelle scuole del quartiere. La sua presenza sul territorio non è mancata né nelle inaugurazioni né nelle iniziative in campo sociale.  Non sono mancati nemmeno gli scivoloni in verità, come la polemica sulle presunte lauree/non lauree possedute dalla candidata socialista, cui mancano per la cronaca solo gli esami di lingua. Un classico, quello del ricorso ai titoli di studio fasulli dei politici, il cui utilizzo denota tutta la difficoltà di Kucsák e quanto la partita sia ancora aperta. E l’effetto trascinante di Orbán potrebbe non essere stato sufficiente.

Sono anche altre le situazioni in cui lo spoglio dei voti dei residenti non votanti in loco potrebbe stravolgere il risultato di domenica scorsa ancora provvisorio. Si contano altri cinque collegi in altrettanti  distretti di Budapest oltre al collegio numero 2 di Miskolc e quello di Gyöngyös dove alle spalle del candidato del FIDESZ-KDNP c’è il leader dello Jobbik Gábor Vona. Quattro volte in testa la coalizione di sinistra, tre volte in testa l’alleanza di governo.Tutti casi in cui i divari tra primi e secondi vanno da un minimo di 253 ad un massimo di 759 preferenze. Tutti svantaggi che sabato possono essere recuperati sulla carta ma nulla di paragonabile ai 22 voti che separano Kunhalmi da Kucsák.  
A Pestszentlőrinc – Pestszentimre non c’è solo l’aeroporto. Si decide la maggioranza di Orbán.