martedì 14 gennaio 2014

BOMBA O NON BOMBA. COME SI ARRIVA A LEHEL UTCA…E COME FERMARSI QUI

La filiale della CIB Bank di Lehel utca (foto mti)
L’esplosione che la notte scorsa ha sventrato una filiale della CIB (Gruppo Intesa San Paolo) nel cuore del XIII distretto di Budapest è un fatto grave. Lo diciamo subito in maniera chiara lasciando ciononastante tutto il tempo necessario di cui le autorità inquirenti hanno bisogno per accertare le responsabilità. Lo diciamo al termine di una giornata in cui si sono susseguite le notizie più disparate. Dal dilettantismo nella fabbricazione artigianale dell’ordigno delle prime ore siamo così passati  alla dichiarazione serale dell’esperto di sicurezza Georg Spöttle secondo il quale “si è trattato di un atto terroristico vero e proprio” compiuto da chi aveva “una grande conoscenza“ degli strumenti a disposizione.  Con i dati e le informazioni trapelate sinora sappiamo che sicuramente l’attentato è stato fatto per colpire cose e non persone. Al momento non ci sono rivendicazioni. Il gesto potrebbe essere anche isolato se non addirittura un fallito tentativo di rapina. Insomma è molto presto per fare conclusioni, ma siamo tuttavia in tempo per qualche considerazione.

Che si tratti o meno di un episodio singolo privo di qualunque nesso con una strategia ben più organizzata poco importa in questa fase. Il fatto che qualcuno abbia definito l’azione eroica non è solo perché l’attentatore prima dello scoppio avrebbe gentilmente fatto spostare dalla zona dei poveri homeless preservandone l’incolumità. Basta leggere qualche intervento facebook del movimento ”La mia casa non è in vendita” (Nem adom a házamat) per accorgersi che i sostenitori della bomba di Lehel utca non sono poi così pochi. Dai commenti poi sembrerebbe che sportelli e bancomat di altre banche siano segnati come obiettivi imminenti. Il citato movimento non nasce ieri e non è l’unico nel suo genere. 
Nella società ungherese degli ultimi anni alberga un generalizzato sentimento ostile agli istituti di credito. Pertanto l’episodio della filiale della CIB non è il classico fulmine a ciel sereno. Alla base di tutto c’è in buona sostanza l’annoso caso devizahitel  ossia quello dei debiti contratti in valuta estera - prevalentemente franco svizzero - da molti ungheresi  per l’acquisto della casa. Quello che appariva come un affare nei primi anni duemila, visti i tassi d’interesse bassi rispetto al credito offerto in valuta nazionale, si è rivelato agli occhi dei contraenti una truffa. 
Il sito web di Árpád Kásler fondatore di "La patria non è in vendita"
La crisi finanziaria del 2008 ed il quasi contestuale crollo del valore del fiorino rispetto al franco hanno infatti reso le rate impossibili. Da allora la questione è in continua evoluzione e vede in scena una molteplicità di attori: oltre alle banche ed agli “sfortunati” debitori (devizahitelesek), la magistratura ordinaria, la Corte Suprema e (a breve) la Corte di giustizia UE.  Delle 2500 cause (il dato è di novembre) intentate contro le banche, tra cui figurano anche le italiane Unicredit e CIB-Intesa-San Paolo, 60 sono quelle vinte dagli istituti di credito a fronte delle 6 perse a favore dei debitori. Quanto basta per capire il grado di malcontento che viene cavalcato da personaggi come Árpád Kásler che, rifiutandosi di pagare le rate del mutuo, per primo ha dato forma organizzata alla protesta fondando il movimento ”La patria non è in vendita” (A haza nem eladó) e che alle prossime elezioni correrà come partito politico.

Al sincero disagio e disappunto del consumatore, vittima c’è da dire anche di una imprevedibile contingenza, si sposa un altro sentimento molto comune specie nell’attuale establishment e che risente spesso  del mito dell’Ungheria “perenne colonia” defraudata dal capitale straniero.  Non è più vecchia di un mese la dichiarazione del presidente della Banca nazionale ungherese (MNB)  György Matolcsy che ha annunciato nella prima metá del 2014 l’uscita dal paese di quattro grandi gruppi bancari opportunamente rimpiazzati da istituti di piccola e media grandezza in mano magiara pronti ad acquisirne quote ed asset. Quasi a parafrasare le parole di Matolcsy un successivo editoriale del quotidiano filo-governativo Magyar Nemzet sottolinea l’importanza della “provenienza del capitale” e sostiene lo sforzo congiunto di esecutivo e MNB “nel crescere radicalmente la quota di proprietà magiara” nell’economia nazionale. Se poi a questo aggiungiamo l’enfasi posta sulla chiusura nel luglio scorso dell’ufficio (temporaneo) di Budapest del Fondo Monetario Internazionale, in seguito al pagamento dell’ultima tranche del debito dovuto all’istituto di Washington, sembra quasi che il quadro della lotta alle plutocrazie occidentali sia ultimato.

Perché dunque non si ripetano episodi di violenta intolleranza che potrebbero disgraziatamente avere anche effetti più gravi occorre evitare atteggiamenti inquisitori da caccia alle streghe. Il sistema bancario non è un cancro da combattere ed eliminare ma è elemento imprescindibile per garantire la sopravvivenza del sistema imprenditoriale di un paese. Ristabilire poi la fiducia dei malcapitati debitori in valuta estera è una priorità che il governo ha già fatto discretamente propria attraverso il varo di misure di appianamento dei debiti contratti dai singoli. Infine la legittima e condivisibile aspirazione del premier Viktor Orbán di dare sempre più peso alla specificità magiara all’interno di un’interdipendenza globale, di cui si subiscono anche pesanti svantaggi specie nella qualità della vita e nel reddito pro-capite, non deve mai dare l’impressione di sfociare in un gratuito quanto inutile sciovinismo. Per ristabilire un clima meno teso c’è bisogno del contributo di tutti. L’ormai imminente campagna elettorale vuole responsabilità non ordigni da disinnescare.




giovedì 9 gennaio 2014

TUTTI PER UNO UNO PER TUTTI. GYURCSÁNY (IL RITORNO), BAJNAI (LO SCONFITTO), MESTERHÁZY (IL CANDIDATO). STORIE DI OPPOSIZIONE



Un momento della conferenza stampa congiunta Mesterházy-Bajnai dell'8 gennaio

"Allora adesso torno a casa…." questo ha scritto Ferenc Gyurcsány sul suo profilo facebook alla notizia del nuovo ennesimo ma stavolta definitivo accordo tra il presidente dei socialisti Attila Mesterházy e il leader di  Insieme 2014 (Együtt2014) Gordon Bajnai che apre la porta alla sua Coalizione Democratica (Demokratikus Koalíció - DK). Torna a casa lieto di interrompere la sua vacanza all’estero. Lo aveva sperato, ci aveva creduto, lo aveva detto. A settembre. “Negli otto mesi che ci separano dal voto la situazione può ancora cambiare e ci si può accordare anche all’ultimo istante”. Ed è stato così. Davvero all’ultimo chilometro. Il presidente della Repubblica fisserà la data del voto probabilmente ad aprile. Non c’era più tempo. Febbraio il mese dei primi obblighi pre-elettorali da espletare. La gente non avrebbe più tollerato ulteriori ritardi. Non avrebbe capito. Forse ancora non capisce cosa sia successo ma almeno alle urne troverà un quadro più chiaro ed un’ opposizione unita, raccolta in una lista comune. E lui, Gyurcsány, questa soluzione l’ha sempre proposta, ostinatamente difesa. 
Ora torna per raccogliere i frutti e per definire con i nuovi alleati i dettagli dell’accordo. Mesterházy e Bajnai non ne hanno mai fatto un mistero.  Sì alla Coalizione Democratica, no al suo leader in lista. Feri era un ostacolo. “Troppo divisiva la sua figura per gli incerti” era stato detto quando ancora a fine estate i socialisti avevano chiuso la trattativa con DK. “Inconciliabile” con il cambio di epoca (korszakváltás) propugnato dai rottamatori di Bajnai.  
Invece adesso, a meno di inspiegabili e fatali retromarce, dovranno accettarlo in lista. In realtà seppure riuscissero con qualche alchimia a negargli un posto, Gyurcsány, con il coinvolgimento di DK, la sua battaglia l’avrebbe già vinta. Da marzo scorso ad oggi è stato l’unico a crescere nei sondaggi, ma quel che più conta è l’aver riabilitato la sua credibilità politica erosa negli anni in cui era premier da una maggioranza indocile, dallo scandalo del discorso di Balatonőszöd, dalla mano dura contro i manifestanti negli scontri del 23 ottobre 2006. Non tutto è ancora digerito dall’elettorato magiaro ma Gyurcsány è riuscito comunque a ritagliarsi una posizione di favore per il post-voto. Se si vince è anche grazie a lui, se si perde non è lui a metterci la faccia.

"Allora adesso torno a casa…" dal profilo facebook di Ferenc Gyurcsány

Chi per ora ha perso di più è Gordon Bajnai. Anche lui ex-premier. Il 23 ottobre 2012 alla manifestazione indetta dal MILLA - movimento capofila delle proteste alla riforma dei media del governo Orbán - sale sul palco non solo per consacrarsi alla guida di quella che di lì a poco sarebbe stata la sua creatura politica, Együtt2014. 
Quel giorno dal ponte Elisabetta parte il primo messaggio chiaro al capo dei socialisti Mesterházy: c’è anche lui per la guida delle sinistre e per la sfida finale a Orbán. Da quella data però i consensi di Együtt si stabilizzano assestandosi sui 5 / 6 punti percentuali con trend anche discendenti nonostante sia il primo  a compiere in primavera il giro elettorale del paese (országjárás). 
Ciononostante mantiene un’ambizione decisamente sproporzionata al peso numerico della sua formazione, quella cioè di insidiare e di contendere il ruolo di candidato alla carica di primo ministro al presidente del più grande partito d’opposizione, il partito socialista ungherese (Magyar Szocialista Párt - MSZP). 
Per circa un anno si ha l’impressione che l’alleanza delle forze democratiche della sinistra passi per l’accordo  tra Bajnai e Mesterházy. Le trattative tra i due politici catalizzano l’attenzione di osservatori e sostenitori del campo anti-Orbán. Si sono visti, rivisti. Pre-accordati, accordati.  Intesi e male-intesi. Si sono confrontati ovunque anche nel cucinare la migliore zuppa di pesce. ”Noi ci immaginiamo entrambi capilista”, dichiara il leader socialista a giugno forzando atteggiamenti da fair-play. 
Decidendo poi di dare priorità all’allineamento dei programmi, Bajnai non fa altro che rimandare la questione più delicata: chi dei due avrebbe sfidato Orbán?  Prova la fuga in avanti con un improvviso ultimatum a fine agosto: “Facciamo due settimane di campagna elettorale tra noi poi affidiamo a due istituti di sondaggi la volontà dei nostri elettori”. “Primarie tradizionali per noi e per tutti i candidati”-  la perentoria risposta di Mesterházy - ”Saranno i voti a decidere non i Mi piace”.  Bajnai accusa il colpo. Pretese ridimensionate. 
Col patto siglato il 22 ottobre scorso MSZP ed Együtt sono ufficialmente alleati. Ma è l’anticamera del definitivo passo indietro. Si deciderà tutto alle elezioni. Si lotta uniti ma primo ministro è chi prende più voti di lista. 
Con l’anno nuovo l’ultimo colpo di coda del capo di Együtt: “Per vincere serve il contributo di tutti ma non sarò io a guidare questa coalizione. E’ tempo che tutti facciano un sacrificio”. La messa in discussione del patto di ottobre, la svolta della lista comune, la mano tesa alla DK di Gyurcsány e ad altre forze politiche  sono forse il disperato tentativo di costringere alla ritirata anche l’(ex)alleato socialista. Ma la mossa di Bajnai in poche ore sortisce l’effetto opposto. Il candidato della sinistra alle prossime elezioni è definito: sarà Attila Mesterházy. 

I diversi momenti della trattativa MSZP-Együtt2014

Nei prossimi giorni verrà il resto. Vertici tra delegazioni di partito, allestimento della lista unica dell’opposizione, assegnazione di collegi sicuri, sfogo degli ultimi dissapori. 
Per il momento bisogna riconoscere al giovane politico socialista dei meriti e un demerito. Tra i meriti quello di aver tenuto testa a due ex-premier. Non è stato facile e non lo sarà in futuro resistere al provato carisma ed alla efficace comunicativa di Gyurcsány. 
L’intemperante Bajnai poi è stato sempre abilmente assecondato nelle sue richieste. Mesterházy ha dimostrato di saper fare rinunce concedendo all’alleato il cosiddetto “pacchetto minimo” (minimum-csomag) ossia candidati singoli contro gli uomini di Orbán ma con liste separate e divisione dei collegi uninominali (75-31 sui 106 complessivi). 
Poi c’è la costanza. Tutto sommato la scelta su cui si è trovata ieri la convergenza è un ritorno al novembre di due anni fa quando la presidenza dell’ MSZP aveva progettato ”L’alleanza per il cambiamento” (Szövetség a változásért) che prevedeva proprio liste comuni e candidati comuni con tutti gli attori politici interessati a battere la destra del FIDESZ-KDNP nel 2014. 
Il demerito sta nel non aver dimostrato fin da subito la giusta determinazione nel difendere il diritto del partito socialista di esprimere il candidato premier dell’opposizione.  
Pensare al tempo perso su questa che sembra essere stata l’unica vera divergenza tra le parti è drammatico almeno quanto ”è drammatico il vantaggio del FIDESZ” (cit. Népszabadság). Mesterházy ora può finalmente spostare tutta la sua attenzione su Viktor Orbán mantenendo la consapevolezza che potrebbe considerare un buon risultato anche solo la mancata riconferma di una maggioranza dei ”due terzi” per i conservatori se non proprio il consolidamento di uno stabile secondo posto rispetto ad un non trascurabile Jobbik.




mercoledì 4 dicembre 2013

BERLUSCONI CAPOLISTA IN UNGHERIA? FANTA-POLITICA E FANTA-REAZIONI

L'ex-premier italiano Silvio Berlusconi e il premier ungherese Viktor Orbán
Silvio Berlusconi candidato alle prossime elezioni europee (anche) in Ungheria. La notizia è di ieri. La smentita del diretto interessato è di oggi. 
Diciamo subito che l’ipotesi è stata oggetto più delle ilarità dei social network che delle analisi di giuristi e politologi. Noi siamo tra quelli che non possono passare la cosa sotto silenzio pur relegandola nella categoria del fantastico.  Riportiamo a tal proposito due reazioni magiare, una reale ed una potenziale, a questa possibilità di cui ha scritto per la prima volta martedì Repubblica in un articolo, “La tentazione ungherese di Berlusconi”, firmato Carmelo Lopapa (leggi qui).  

Partiamo da quella reale: "La notizia non ha alcun fondamento ma almeno è divertente" è stata la dichiarazione di Máté Kocsis, responsabile della comunicazione del FIDESZ, il partito di destra ora al governo, che avrebbe dovuto candidare con ogni probabilità il Cavaliere. La reazione potenziale, forse un po' forzata da parte nostra anche perchè pronunciata in un contesto diverso ma tutto sommato pertinente, è quella che invece troviamo più significativa. “Io sono convinto che il posto adatto per chi evade le tasse è la galera e contro gli evasori bisogna porsi nel modo più duro possibile”.  Le parole (leggi qui) sono di Viktor Orbán, proprio lui, il primo ministro ungherese, in risposta ad un’interrogazione parlamentare di lunedì,  il giorno prima dunque che ”scoppiasse” il caso-candidatura-europea.  A cosa si riferisse Orbán lo vedremo in un nostro prossimo intervento. Quello che sappiamo per certo è che “l’ultranazionalista di destra” non si riferiva al suo ”amico” italiano (i virgolettati sono di Lopapa).  

Non è nostro obiettivo giudicare la sentenza con cui la Corte di Cassazione ha condannato l’ex-premier italiano per frode fiscale, così come non è nostro oggetto di analisi la presunta “politicizzazione” di parte della magistratura italiana negli ultimi vent’anni. Ci incuriosisce però immaginare come Orbán si sarebbe posto di fronte ad una fondata ed eventuale proposta di candidatura di Silvio Berlusconi in Ungheria alla luce della ferma posizione anti-evasione assunta nel citato question time. L’impressionante contiguità temporale dei fatti ha semplicemente stuzzicato la nostra fantasia. Quello che ci resta alla fine è solo l’intransigenza di una dichiarazione ed una notizia che è stata tale per poco più di un giorno.

domenica 10 novembre 2013

PESTI SRÁCOK BUDAI SRÁCOK...CRONACA DI UNA GIORNATA TRA BUDA E PEST RICORDANDO IL ‘56

L'aiuola di fronte al monumento di Imre Nagy a piazza Vértanuk
Il nostro 23 ottobre (di cui abbiamo già parlato qui) comincia a mezzogiorno e abbiamo un obiettivo ambizioso. Sfidare l’ubiquità. Seguiremo le tre manifestazioni in programma tra Buda e Pest: alle 13.30 lo Jobbik è a piazza Deák Ferenc, alle 14 l’opposizione di sinistra incontra tutti i suoi leaders presso il lungofiume, altezza Politecnico (Műegyetem), alle 16 il discorso del primo ministro chiude le celebrazioni ufficiali del governo in Piazza degli Eroi. L’impresa non è semplice ma nemmeno impossibile. La giornata è bellissima e il meteo promette temperature tardo-primaverili. Il kit d’assalto prevede carta, penna, smartphone e....pogácsa (rustica prelibatezza magiara ottima per placare la fame). Un ultimo sguardo al sito dei trasporti urbani BKK per studiare la mappa del traffico di questa Budapest festiva e blindata. Si parte. Il giro comincia dal cuore del XII distretto, Farkasrét. Nell’attesa del tram 59, il tram della nostra infanzia ungherese, brevissima sosta all’edicola. Quanto basta per accorgersi che in città saranno prove generali di campagna elettorale in vista del voto della prossima primavera. I titoli di Magyar Nemzet e Népszabadság  parlano infatti dell’ultimo scivolone targato MSZP. Un video falso commissionato (pare dai socialisti) per avvalorare quelle irregolarità compiute a loro volta dal FIDESZ e che hanno portato alla ripetizione del voto nella circoscrizione 32 alle ultime suppletive della città di Baja. Insomma botta e risposta al limite del lecito in una circoscrizione di qualche centinaio di anime che nelle ultime settimane sembra essere il centro del mondo.  Fatte le dovute proporzioni, visto il clamore generato, modello Florida 2000.
Bandiere alla manifestazione dello Jobbik a piazza Deák Ferenc

Giusto il tempo di una riorganizzazione mentale del nostro tragitto ed i pannelli pubblicitari della metro di piazza Széll Kálmán (la vecchia Moszkva tér), aggiornati a dovere, ci riportano con la mente al 1956 ed al senso della giornata odierna. Due minuti e siamo già a Pest dove la prima tappa è all’angolo di piazza Kossuth Lajos. Mimetiche, anfibi, molte divise e anche qualche testa rasata. Tutto questo ai piedi del  palco dello Jobbik (formazione di estrema destra) dove campeggia un motto non proprio europeista  “Tagok legyünk vagy szabadok?” “Vogliamo essere membri o liberi?”.  Mentre enormi casse diffondono le canzoni del gruppo rock-metal-nazionalista Kárpátia le truppe si radunano e si dispongono in file sotto i vessilli bianchi e rossi della dinastia Árpád. Stile decisamente militare dunque per un partito la cui élite militante è raccolta nella Új Magyar Gárda, la Nuova Guardia Magiara erede della Magyar Gárda, Guardia Magiara, sciolta su sentenza di un tribunale di Budapest  nel 2009. Il salto indietro nel tempo è notevole. Lo si capisce anche dal banchetto dei gadgets dove si vendono polsini e adesivi dell’Ungheria pre-Trianon insieme a volti di un giovane ammiraglio Horthy.  La statua di Imre Nagy, il protagonista politico del ’56, osserva l’adunata che di lì a breve muoverà verso Deák Ferenc dove siamo diretti per la nostra seconda tappa.
Ferenc Gyurcsány sul palco dell'opposizione al Politecnico

Ci ributtiamo nella metro seguendo il percorso obbligato dalle transenne dell’immenso cantiere che si estende all’ombra del Parlamento dove tra cumuli di terriccio gru e pale meccaniche riposano ferme nel silenzio di questo giorno di festa. Riemergiamo sotto il controllo meticoloso ma discreto della polizia dove si incontrano ancora gruppetti di gárdisták (guardie dello Jobbik) in attesa del grosso delle truppe. Siamo ancora nei tempi e ci concediamo un salto al civico 60 di via Andrássy  dove già dalla mattinata si può rendere omaggio ai caduti della rivoluzione le cui foto segnano ad altezza d’uomo il perimetro della Terror Háza, il massiccio edificio in cui i regimi del XX secolo hanno rinchiuso e torturato migliaia di ungheresi. Il boulevard Andrássy chiuso ormai al traffico all’altezza dell’Oktogon si popola lentamente. Giovanissimi volontari si dividono i compiti e soprattutto le bandierine tricolore da distribuire a chi confluirà qui per il discorso di Viktor Orbán. Diversi i maxischermi e gli impianti acustici giá attivi. La tv pubblica allestisce le sue postazioni. Troppo semplice per noi fermarci e aspettare qui con calma. Sta per cominciare la manifestazione delle “sinistre” al Politecnico. E’ quello ora il nostro obiettivo dunque direzione Buda. A Deák Ferenc, sempre più baricentro del nostro tour, ci rendiamo conto che non sarà una passeggiata. Ce lo conferma il 49, tram dai vagoni ancora old-style per l’occasione rigorosamente decorati a festa con i tricolori, stracolmo di viaggiatori quasi tutti con la nostra stessa meta. Arrivati al ponte della Libertà c’è gente che resta a terra nelle fermate. Il tram ormai saturo quasi non riesce più a ripartire, la motrice slitta sulle rotaie senza avanzare mentre qualche anziano si chiede se saranno di più quelli di Orbán o quelli dell’opposizione. Sul ponte l’afflusso dei manifestanti ormai anche a piedi è notevole. Si intravede già il palco sulla riva opposta ed il colpo d’occhio è interessante anche a distanza. Scendiamo al Gellért e raggiungiamo la platea attraverso l’unico varco possibile e nell’unico modo possibile, facendo fila indiana.

Viktor Orbán parla a Piazza degli Eroi

La folla dei fans del kormányváltás (cambio di governo) si estende lungo il Danubio per 300 metri. Predominante è il colore rosso delle bandiere socialiste dell’MSZP. Ma ci sono tutti. I liberali, i democratici, i banchetti di Együtt 2014, i movimenti. Qui di Trianon o di Székelyföld (terra di magiari in territorio rumeno) non c’è traccia. In compenso c’è la bandiera europea, pezzo molto raro nelle piazze ungheresi degli ultimi anni. I cartelli recitano ”Democrazia NON Teocrazia”, ”Costituzione Secolare”. La location è evocativa. Da qui partirono i cortei studenteschi che nel ’56 coinvolsero tutta la nazione. Il nemico di allora i sovietici. Il nemico di oggi  Orbán. Il motto è suggestivo: “A szabadság összeköt” ”La libertà unisce”. Il popolo della sinistra c’è e attende al microfono i suoi leaders. Le video-testimonianze del poliziotto in difficoltà, della maestra che non arriva alla fine del mese, del tabaccaio cui è stata tolta la licenza riscaldano gli animi. Tiepida invece la partenza di Gordon Bajnai, ma è carattere. E’ lui il primo iscritto a parlare. Lui che proprio oggi festeggia un anno di vita di Együtt 2014 (Insieme 2014), la sua creatura politica. “Orbán dirige il paese diritto contro l’iceberg” e si rumoreggia contro il ”regime”. Si ironizza su Felcsút paesino dove Orbán è cresciuto e che per Bajnai  è una “Disneyland privata col suo nuovo stadio, con la sua nuova ferrovia”. L’ex-primo ministro articola i suoi tre obiettivi: “kormányváltás (cambio di governo), korszakváltás (cambio di epoca), jó kormányzás (buon governo)”.”Orbánország vagy Magyarország” “Orbán e il suo stato oppure l’Ungheria”, questa è la scelta da fare nel 2014. Questo il gioco di parole con cui Bajnai esalta tutti. Poi l’invito conclusivo è quello di alzare al cielo lo strumento, invenzione ungherese, con cui “in sole due mosse l’anno prossimo si manderà il governo a casa”: la penna a sfera. Tripudio. A mantenere carichi gli umori ci pensano due vecchie glorie degli anni novanta, ringiovaniti e ri-discesi in campo: Gábor Kuncze e Lajos Bokros.  I toni non sono proprio pacatissimi. “Il governo Orbán mafioso” si sconfigge con “i fatti e non con i piagnistei” spiega lo storico leader dei liberi-democratici. “Un partito - incalza poi Bokros - che aumenta le tasse, nazionalizza, ostacola l’impresa privata, intimorisce gli impiegati pubblici e diffonde ovunque il controllo statale non è di destra ma è neo-comunista ed i neo-comunisti non sono democratici”.  Il lessico anti governativo abbonda ma i due “veterani” toccano un altro tema molto ricorrente in questo happening dell’opposizione: la necessità di correre insieme e di farlo con liste comuni. 

Si cantano inni patriottici in via Andrássy
Ed è proprio sulla dura autocritica (ma anche molta critica) che costruisce il suo discorso Ferenc Gyurcsány. L’unico a dimostrarsi capace di infiammare ed entusiasmare le masse anche oltre i propri rumorosissimi attivisti, l’unico ad avere il carisma giusto per permettersi  di poter fare il bastian contrario senza essere per questo fischiato. Ricorda il passato, “ben due volte ho preso parte alla sconfitta di Orbán”, non tralascia il presente,”è una bugiarda canaglia a guidare il paese”, mette in guardia sul futuro,”se si continua così si perde”. Ed è da qui in poi che i destinatari nascosti del messaggio di Feri, come lo chiamano i suoi, diventano Mesterházy e Bajnai freschissimi di un accordo elettorale tanto tormentato nella gestazione quanto debole nelle sue clausole, utile a spartirsi i collegi uninominali ma ancora inconcludente sulla questione della candidatura alla carica di capo del governo. Gyurcsány, da parecchio sostenitore di una opposizione unita in maniera organica, mette a nudo gli ostacoli a questo progetto, al suo progetto: “i tatticismi, le ambizioni personali, la faziosità”. La vittoria ha una sola ricetta,“un programma comune, un candidato premier comune, candidature comuni”. ”L’opposizione - dilaga il capo di Demokratikus Koalíció (Coalizione Democratica) - ha bisogno di una guida, non due, tre, otto”. Parole sufficienti  a rovinare un tantino l’intervento di chiusura del presidente dei socialisti Mesterházy che sapremo ex-post essere stato ripetutamente disturbato da qualche indisciplinato (o forse ben ammaestrato) tifoso di Gyurcsány. Riascolteremo il discorso del capo dell’MSZP in differita perché il nostro racconto non finisce qui sotto la facciata del Politecnico. Lasciamo le moltitudini anti-governative per raggiungere quelle filo-governative quando è il turno del liberale Gábor Fodor che continua sulla stessa linea di chi lo ha appena preceduto.

Si accendono candele lungo via Andrássy

Da questo momento abbiamo 40 minuti d’orologio prima che parli Orbán. Circoscriviamo l’isolato del Politecnico e il fedele 49 ci riporta a Pest. In piazza Deák i vessilli dello Jobbik sono ancora tutti al vento e un deputato, Dániel Kárpát, tuona contro le banche:”Hanno derubato tutti!”. Dalle spalle della Basilica di Santo Stefano a Piazza degli Eroi ci separano ora ”solo” i due chilometri di via Andrássy ma la comunicazione di servizio che ci arriva a bordo della metro leggera (la storica Földalatti) è tremendamente chiara: da Oktogon in poi si procede a piedi. Ce lo aspettavamo. Rispetto a tre ore prima il quadro è diverso. Fa più caldo, siamo più stanchi, c’è una marea di persone. Siamo nel mezzo della marcia della pace (Békemenet) partita da Buda e che ormai è nel suo tratto finale. A questo punto fare paragoni con quello che abbiamo visto fin qui è un’inutile quanto scontato esercizio.  I numeri sono diversi. Ma qui c’è la manifestazione ufficiale del governo. Qui c’è tutto il popolo di Orbán che quando si organizza arriva dalla provincia e da tutto il bacino dei Carpazi. Dal Balaton a Felvidék, da Sopron al cuore di Erdély, in jeans,maglietta e zainetto ma anche in costumi  tipici. Leggendo le centinaia di cartelli l’impressione è che non manchi nessuno: c’è il paesino, c’è la città, c’è Gemzse, c’è Debrecen. Pochi sono i giovani ma le altre piazze non hanno fatto meglio. Qui si viene ad ascoltare Orbán. Lo si scorge negli occhi di chi ha fatto tanta strada anche solo per vederlo. In più si viene per esprimere l’orgoglio di un’ungheresità che fa sfoggio di sè nei tricolori fissati persino su una semplice canna da pesca. E la cornice migliore non può che essere questa liturgia quasi kadariana allestita ai piedi del colonnato che ospita le statue bronzee dei sovrani ungheresi. Le marcette si alternano a musica tzigana  e a poesie patriottiche rivisitate e musicate in chiave moderna. L’ingresso delle bandiere storiche e l’inno nazionale preannunciano l’arrivo del premier. Quando lo speaker lo invita sul podio è giubilo generale. Partono i cori. ”Viktor, Viktor, Viktor...” E’ bolgia. E’ lui la guida, l’unico che può difendere la nazione magiara. Questo sembrano volergli dire i suoi fedeli, si perchè ormai il rapporto tra Orbán ed elettore è per molti una questione di fede. ”Tutto il mondo si toglie il cappello per commemorare le vittime del ’56” esordisce lui, ”Gloria Victis”. Il tema poi è fin troppo facile, comunismo e anticomunismo. Significati e memoria vengono articolati con la giusta dose di retorica. ”Tre volte nel secolo scorso l’Ungheria ha cacciato via i comunisti  nel ’19, nel ’56 e nell’’89.” Un pensiero doveroso va a chi è rimasto in Ungheria anche dopo la rivoluzione pensando che ”non può scappare via un’intera nazione”, quella generazione che ha sopportato ”umiliazioni, ritorsioni, frontiere chiuse ” ma che ciononostante  ”ci ha partoriti, cresciuti, educati rendendoci capaci di conquistare la libertà nell’89”. Dopo una discreta parentesi storica si passa all’attualità: ”tuttavia aver cacciato i sovietici non significa ancora essere liberi del tutto, e per questo l’anno prossimo occorre completare l’opera”.  La sfida elettorale è appena lanciata, il generale chiama a raccolta i suoi. ”Se volete mantenere quello che avete, dobbiamo ripetere l’esito elettorale del 2010. C’è bisogno di tutti, dal professore al macellaio. Siate pronti alla lotta come nel ’56. Ognuno al proprio posto. Hajrá Magyarország! Hajrá Magyarok! Viva l’Ungheria! Viva gli ungheresi!”. 
Lumini e candele sul perimetro del Terror Háza

La classica chiusura di Orbán segna anche la fine della nostra cronaca. Ci dileguiamo soddisfatti nel gradevole tepore del crepuscolo tra gruppi che spontaneamente ancora intonano con trasporto quasi commosso l’inno seclero o il Szózat del poeta Vörösmarty. E un’anziana signora è china sul ciglio della strada ad accendere la sua candela. Nell’altra mano stringe la bandiera ungherese. Gesti come questi valgono mille volte il patriottismo di facciata. Al 60 di via Andrássy le fiammelle dei lumi a quest’ora sono più forti. Si moltiplicano di secondo in secondo. Ci suggeriscono una cosa. Oggi la parola più usata tra Buda e Pest è stata ”libertà”. E’ stata declinata in mille modi a servizio della storia, della politica, della propaganda. C’è chi invece è morto per una libertà, la sola che in vita non ha mai ottenuto. 







La galleria fotografica completa che accompagna la lettura e i momenti dell’articolo è disponibile qui sul profilo facebook del blog


Post Scriptum: il nostro più sentito ringraziamento va al BKK, i trasporti pubblici di Budapest che non smentendo la rinomata professionalità e precisione ci hanno consentito di essere dovunque in tempi brevissimi.
 

mercoledì 23 ottobre 2013

23 OTTOBRE...IN MEMORIA DELLA RIVOLUZIONE DEL 1956

La bandiera ungherese priva dello stemma sovietico centrale
Oggi, 23 ottobre, l’Ungheria ricorda una pagina molto significativa della sua storia. La rivoluzione del 1956. Il ricordo è insieme orgoglioso e funesto. L’impeto rivoluzionario di un popolo unito sotto le insegne della libertà, l’animo pervaso dalle speranze di un futuro migliore, lo spirito creativo ed allo stesso tempo incurante del pericolo di tanti giovani, tutto soffocato nel fumo dei tank sovietici. I liberatori di un tempo divenuti carnefici. L’Occidente a interrogarsi e a indignarsi, inerte come la comunità internazionale e le sue istituzioni forse perchè distratte dalla crisi di Suez, forse perchè già decise ad immolare le sommosse popolari nel campo socialista sugli altari della pax e dell’equilibrio tra i due blocchi. Questo il senso di un evento, questo il senso di un segnale premonitore, il primo scricchiolio di un sistema che già dimostrava, nonostante l’imponenza, tutta la sua vulnerabilità.  In quegli anni l’illusione del cambiamento viene proprio da Mosca. Il XX congresso del PCUS con Krusciov promotore di un nuovo corso affrancato dagli eccessi praticati da Stalin sembra essere il preludio di una “democratizzazione” generalizzata del sistema socialista. Ma sono proprio i fatti ungheresi dell’ottobre del ’56 a confermare che ogni apertura presunta o reale non prescinde dalla status quo del blocco sovietico da preservare assolutamente.
 
Il vento rivoluzionario soffia prima in Polonia e inaspettatamente parte da quella che è la figura sociale su cui si fonda tutta la dottrina socialista: l’operaio. L’operaio contro il sistema che lo venera e difende. È proprio dalle fabbriche di Poznan che si scende in piazza per chiedere condizioni lavorative e di vita piú accettabili. Il ristabilimento dell’ordine è affidato alle forze di sicurezza e all’esercito che spara sulla folla.
Si abbatte la statua di Stalin
Quanto basta perchè in Ungheria si solidarizzi con i polacchi e si  costruisca al tempo stesso la risposta ungherese alle oppressioni del regime sovietico. Il nucleo della rivolta è il movimento studentesco che riunisce ragazzi delle superiori e delle universitá ed ha il suo quartier generale al Politecnico (Műegyetem) sulla riva del fiume Buda. Qui durante tutta la giornata del 22 le assemblee si susseguono fino a notte e si mettono  per iscritto le richieste che rappresentano la volontá di un intero popolo. Sono i cosiddetti sedici punti (tizenhat pont). Inutile dire che ciascun punto singolarmente preso e singolarmente soddisfatto avrebbe effetti devastanti per gli equilibri interni e internazionali dell’Ungheria e dell’intero blocco emanazione di Mosca. Si richiede ad esempio l’uscita dal paese delle truppe russe, la regolazione delle relazioni magiaro-sovietiche sul piano della paritá e del principio della non ingerenza con un esplicito richiamo alla Carta delle Nazioni Unite, libere elezioni con voto segreto e con la partecipazione di tutti i partiti. In sostanza una rivoluzione. Il 23 è il giorno del popolo in strada che da una piazza all’altra si raccoglie e cresce, dalla statua del poeta della libertá e dell’indipendenza magiara Sándor Petőfi a quella di Jozsef Bem, tra i protagonisti militari dei moti del 1848. Qui dalla bandiera ungherese viene rimosso lo stemma sovietico  e da questo momento il tricolore bucato al centro diventa il vessillo della rivoluzione. Le folle muovono verso la sede della Radio Ungherese pubblica (Magyar Rádió) con l’intento di proclamare i sedici punti ma il palazzo è blindato dalle forze di sicurezza dell’ÁVH. Tra le ormai decine di migliaia di manfestanti il malcontento cresce e si trasforma in tumulto quando alle otto di sera il segretario generale del partito comunista, Ernő Gerő, proprio dalla radio definisce la folla riunita semplice “plebaglia”. La statua di Stalin che campeggia sulla piazza viene abbattuta e parte l’assalto all’edificio della radio. Gli uomini dell’ÁVH sparano, uccidono. 
 
 
L'esercito fraternizza con i manifestanti
 
 
A scongiurare che la rivolta perda il suo carattere nazionale e si trasformi in una guerra civile sono i soldati dell’esercito ungherese che fraternizzano col popolo fino al punto di armarlo e supportarlo. Gli scontri armati tra i rivoltosi e le truppe sovietiche di stanza nel paese che provano a resistere insieme ad elementi dell’ÁVH  si moltiplicano su tutto il territorio nazionale e durano giorni. Mosca nel frattempo prova a tenere sotto controllo gli effetti della rivolta sperimentando il modello polacco dove la dirigenza stalinista era stata sostituita con Wladyslaw Gomulka figura capace di evitare l’intervento militare regolatore dall’URSS e artefice della “via polacca al socialismo”. Pertanto alla guida del governo e del partito vengono posti rispettivamente Imre Nagy e János Kádár. Le divergenze tra i due con il secondo piú propenso all’ascolto delle istanze sovietiche condizionano molto il corso degli eventi. Il capo del governo Nagy lavora per la pacificazione interna mediando il ritiro dei russi dall’Ungheria insieme al cessate il fuoco. La rivoluzione in tal modo non trova ostacoli al suo compimento e per bocca dello stesso Nagy assume sempre piú le connotazioni di un movimento democratico. Si è piuttosto di fronte alla ”via ungherese alla democrazia” quanto di piú inaccettabile per il Cremlino. Una via d’uscita pacifica ”alla polacca” non è piú possibile. Il latente operato di Kádár e i viaggi di Krusciov a Belgrado e a Bucarest preparano il terreno all’intervento dell’Armata Rossa che invade l’Ungheria con piú di 200.000 uomini e 4000 tank nelle prime ore del 4 novembre. Queste le parole pronunciate da Imre Nagy alla Radio alle 5:20 del mattino:
 
"Itt Nagy Imre beszél, a Magyar Népköztársaság minisztertanácsának elnöke. Ma hajnalban a szovjet csapatok támadást indítottak fővárosunk ellen azzal a nyilvánvaló szándékkal, hogy megdöntsék a törvényes magyar demokratikus kormányt. Csapataink harcban állnak. A kormány a helyén van. Ezt közlöm az ország népével és a világ közvéleményével!"
 
"Qui parla Imre Nagy, presidente del consiglio dei ministri della Repubblica Popolare Ungherese. All’alba di oggi le truppe sovietiche hanno attaccato la nostra capitale col chiaro intento di abbattere il governo legale e democratico magiaro. Le nostre truppe sono impegnate nel combattimento. Il governo è al suo posto. Comunico questo al popolo del nostro paese e all’opinione pubblica mondiale".
Dopo solo due ore, alle 7:14 dalle stesse frequenze un comunicato che invita i militari sovietici ad evitare il bagno di sangue si conclude così:
 
"Az oroszok barátaink, és azok is maradnak!"
"I russi sono nostri amici e tali rimangono!".
 
La rivoluzione è sconfitta.
 
 
Clicca qui per consultare il programma ufficiale delle commemorazioni 
 
Fonti: kormany.hu, magyarforradalom1956.hu (per le foto)
 
 
 

lunedì 21 ottobre 2013

KALEIDOSCOPIO ITALIA 2013: IL MADE IN ITALY IN SCENA A BUDAPEST

La sala Giuseppe Verdi dell'Istituto Italiano di Cultura durante Kaleidoscopio
Si è chiusa alle 19 di ieri la seconda edizione di Kaleidoscopio Italia rassegna del Made in Italy organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura e che quest’anno è coincisa con la settimana della lingua italiana nel mondo patrocinata dal Ministero degli Esteri. Come è stato sottolineato nella conferenza stampa di apertura alla presenza delle massime rappresentanze istituzionali ed economiche italiane in Ungheria, Kaleidoscopio Italia è la prova di come la cultura ed il business camminano e si manifestano insieme. L’una integra e compenetra l’altra. A tal proposito l’Ambasciatore d’Italia, Maria Assunta Accili, ha spiegato la specificità del Made in Italy come di un sistema produttivo fortemente permeato dalla componente culturale, dalla tradizione e dalla creatività. Una simile rassegna, ha continuato l’Ambasciatore, è il luogo ideale dove non sono solo gli attori cosiddetti istituzionali a descrivere e a mostrare il Sistema Italia ma dove è il privato in prima persona a raccontare sè stesso. Per usare le parole del padrone  di casa, il direttore dell’Istituto italiano di cultura, Gina Giannotti, durante questo week-end è andata in scena la mostra del ”sapere, dei sapori e del saper fare” italiano. Kaleidoscopio Italia non è stato pertanto solo un momento di autoreferenzialità per aziende e addetti ai lavori ma una vetrina aperta al pubblico, quella che il direttore dell’Agenzia ICE di Budapest, Enrico Barbieri, ha definito una vera e propria festa. Ed in effetti è stata una festa a cui hanno preso parte in gran numero le aziende italiane stanziate in Ungheria, piccole e grandi, operanti in tutti i settori dalla gastronomia alle banche, dalla moda all’energia. Intimissimi, Eni, De Longhi, Ferrari, Unicredit, solo per fare alcuni nomi cui c’è da aggiungere tutta una serie di piccole ma solide imprese operanti nella componentistica, nelle forniture e nelle lavorazioni agroalimentari. Il connubio tra il business e la bellezza italiana, parafrasando l’intervento di Fabrizio Centrone, neo-eletto presidente della Camera di Commercio italiana in Ungheria, è rispettato in pieno nelle sale e nei corridoi del maestoso palazzo di Via Bródy Sándor, già sede provvisoria del parlamento ungherese tra il 1865 ed il 1902 e che figura anche sulle banconote da 20.000 fiorini.
C'é anche la Fiat all'interno dell'Istituto
 
Imprescindibile deus-ex-machina dell’evento lo staff di ITLGroup, realtà con esperienza ventennale in territorio magiaro operante nel campo della consulenza e della vendita di servizi alle imprese. Fiore all’occhiello del gruppo il portale di informazione economica in lingua italiana, economia.hu, strumento utilissimo per una maggiore integrazione dei nostri connazionali nel tessuto economico ungherese a cui contribuisce anche un’altro servizio costantemente aggiornato dal team di ITL: il censimento di tutte le aziende italiane in Ungheria sotto la specie di un database che le cataloga per area geografica, settore di attività, fatturato e numero di dipendenti (per una sua consultazione clicca qui). Come ci ha ricordato ”a microfoni spenti” l’amministratore unico di ITLGroup, Alessandro Farina, la società che dirige si muove nelle retrovie, svolge una funzione di raccordo tra i vari attori economici e gli abituali organi diplomatici e istituzionali di rappresentanza dando forma organica alla presenza italiana in Ungheria. Farina va anche oltre la semplice cura delle relazioni commerciali tra Italia e Ungheria. Sposare la causa dell’internazionalizzazione significa piuttosto non solo inserire le imprese in un altro paese seguendo una logica bilaterale ma renderle parte del mercato globale in un’ottica di integrazione orizzontale.

Il vademecum sulle opere italiane al Museo delle belle arti di Budapest

 
Detto delle professionalità e delle istituzioni impegnate nell’organizzazione di questa fiera del Made in Italy, Kaleidoscopio ha dato mostra di ció che di meglio c’è dell’italianità. La proiezione dei film di Alberto Sordi, Totó, e Alessandro Siani hanno divertito la platea italo-ungherese con una comicità senza tempo. I palati hanno assaporato le specialità del Bel Paese dalla mortadella alla pasta, nell’aroma del nostro caffè che ha invaso i corridoi e le sale dell’esposizione. Non è stata trascurata la cultura e la presentazione del libello ”Percorsi Italiani”, che raccoglie un vademecum di tutte le opere italiane custodite nel Museo delle belle arti di Budapest, dimostra come i Giorgione, i Raffaello e i Tiziano sono arrivati in Ungheria prima di molti altri. La premiazione poi degli alunni ungheresi a conclusione del concorso Ciao!Parliamo italiano? è stato il riconoscimento formale del successo dell’insegnamento della lingua italiana in più di 600 istituti scolastici sparsi nel paese. Niente è mancato insomma in quesa tre giorni, nemmeno il presepio, adattato originalmente nei bastioni dei pescatori, nè tantomeno la messa domenicale, a ricordarci che siamo anche un popolo di bravi cattolici e la domenica…..si va a messa! Kaleidoscopio è finito…..andate in Vespa!
 

Per la galleria fotografica di Kaleidoscopio Italia 2013 allestita personalmente sul posto da L’Ansa del Danubio sará disponibile sul profilo facebook del blog. Qui la galleria fotografica.