domenica 30 giugno 2013

UNGHERIA OSSERVATA SPECIALE: L’UNIONE EUROPEA E IL RAPPORTO TAVARES

L’approvazione della nuova Costituzione ungherese nell’aprile del 2011, gli emendamenti alla stessa, in particolare la legge sulla quarta modifica in vigore dallo scorso 1° aprile (leggi a tal proposito un precedente intervento pubblicato su DIPEO), insieme a tutta una serie di settori tra cui la disciplina dei media e l’indipendenza del potere giudiziario, sono oggetto ormai da tempo dell’attenta vigilanza del Consiglio d’Europa, della Commissione di Venezia e dell’Unione Europea. 
In queste ultime settimane si stanno concentrando le pronunce e le votazioni da parte dei rispettivi organi assembleari dei lavori conclusivi svolti in seno alle suddette istituzioni. Lo scorso 14 giugno si è pronunciata infatti la Commissione di Venezia e dopo solo cinque giorni è stata la volta della Commissione libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) del Parlamento europeo. Lo scorso 25 giugno si è infine discusso e votato sull’Ungheria all’ Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Nel frattempo il governo di Viktor Orbán ha approvato a metà mese quella che sará la quinta modifica della Costituzione il cui testo è già stato presentato al Parlamento magiaro che dovrebbe adottarlo nell’autunno prossimo. La modifica è stata resa necessaria dalla pressione esercitata dalle citate istituzioni ed in particolare dall’ UE. Nei prossimi interventi analizzeremo tutti questi aspetti partendo proprio dai dibattiti in seno all’Unione, visto anche che la prossima settimana il Parlamento di Strasburgo sarà chiamato a votare un testo abbastanza critico nei confronti dell’Ungheria approvato dalla Commissione LIBE. Al dibattito prenderà parte il Primo ministro Viktor Orbán in persona che già in primavera aveva annunciato la sua presenza per l’occasione.  Il caso ungherese darà la possibilità anche di discutere la creazione in seno UE di un meccanismo volto a far rispettare efficacemente i valori contenuti nei Trattati.

Per la lettura dell'articolo completo clicca qui


venerdì 14 giugno 2013

STOP ALLA PROCEDURA DI DEFICIT ECCESSIVO. BRUXELLES PROMUOVE (CON RISERVA) L’UNGHERIA. I NUMERI, I DATI, LE REAZIONI.

Olli Rehn annuncia la fine della procedura d'infrazione per 5 paesi UE
Difficile che l'edizione straordinaria di un telegiornale porti una buona notizia, ma quella annunciata nel primo pomeriggio dello scorso 29 maggio dal primo canale della televisione pubblica ungherese era fortemente attesa da Viktor Orbán e dal suo governo. In parte la notizia era già stata anticipata da un “cinguettio” (vedi seconda foto) inviato in mattinata dal Commissario magiaro all’occupazione e agli affari sociali dell’Unione László Andor. La Commissione Europea ha proposto ufficialmente al Consiglio di sospendere le procedure di infrazione per disavanzo eccessivo cui l’Ungheria era sottoposta da nove anni (leggi il testo inglese della decisione qui), in pratica fin dalla sua adesione all’UE (maggio 2004). Il provvedimento riguarda oltre all’Ungheria anche Italia, Lettonia, Lituania e Romania. Contestualmente il Consiglio su sollecitazione della Commissione voterà l’avvio delle stesse procedure per Malta e registrerà inoltre che il Belgio non si è dimostrato attivo nell’adottare misure volte a ridurre il disavanzo eccessivo. In verità, come ricorda il memo della Commissione datato 29 maggio, attualmente sono solo sette i paesi virtuosi (ora saliti a undici) in grado di mantenere il rapporto deficit-Pil sotto la soglia del 3%, tra cui Germania, Estonia, Finlandia e Bulgaria. Il testo della "Raccomandazione per una decisione del Consiglio sull'abrogazione della decisione 2004/918/EC sull'esistenza di un deficit eccessivo per l'Ungheria" verrà discusso ed esaminato fra meno di un mese dal Consiglio per poi essere  definitivamente approvato dall'Ecofin di luglio.
Nel documento (leggi qui il testo in ungherese o in inglese) viene riassunto il percorso degli ultimi nove anni del paese sotto procedura di deficit eccessivo con tutte le date delle ripetute proroghe dei piani di rientro decise dal Consiglio: 2006,2009,2011. Il raggiungimento del valore del 3% del Pil ottenuto già nel 2011 era stato ritenuto pressoché fittizio perché basato troppo su provvedimenti eccezionali e non su di una correzione sostenibile e strutturale prevedendo lo stesso per l'anno successivo. Le ultime valutazioni del Consiglio precedenti quelle sulla situazione attuale riguardano lo scorso anno. Il 2012 ha rappresentato per l'Ungheria un punto di potenziale svolta ma anche di rischio reale di ricaduta nel baratro come dimostra la sospensione dal marzo al giugno di quell'anno del Fondo di coesione. La fiducia degli organismi dell'Unione dimostra di dipendere esclusivamente dalla credibilità e dall'affidabilità della raggiunta soglia del 3% da confermare con il mantenimento di un buon margine di sicurezza. Ciò si è verificato nella seconda metà dell'anno quando nonostante i dati ufficiali del mese di ottobre prevedessero un dato compreso tra il 2,5% e il 2,7%, il rapporto si è attestato all' 1,9% del Pil. Questo grazie ad un accertato ed effettivo impegno del governo ungherese in tre campi: entrate garantite dall'aumento delle imposte dirette e dei contributi sociali per un valore del 1,75% del Pil, maggiore controllo della spesa sociale per un valore dello 0,75% e forti limitazioni nella sfera pubblica come il congelamento dei salari nominali in diversi settori pari allo 0,25%.
Il documento della Commissione riporta infine quelli che sono stati i dati determinanti per la sospensione della procedura di infrazione. Inizialmente il Programma di convergenza ungherese 2013 prevedeva il rapporto deficit-Pil al 2,7% per l’anno in corso e per il 2014 laddove per gli stessi periodi le “previsioni di primavera per il 2013 della Commissione” (Spring Forecast) si aspettavano rispettivamente il 3% e il 3,3%, in patente violazione dei Trattati. Lo scorso 13 maggio una ulteriore e necessaria manovra correttiva da parte del governo Orbán ha definitivamente indotto l’organo presieduto da Barroso a riconsiderare le proprie stime ai valori virtuosi del 2,7% e del 2,9% del Pil per il 2013 ed il 2014. Significativi trasferimenti di capitali derivati da misure "una-tantum" come l'abolizione dell'obbligatorietà del sistema pensionistico privato hanno poi avuto il merito di ridurre quello che è un altro importante indicatore, il rapporto debito pubblico - Pil, la cui soglia fissata dall’UE è 60%, ridotto dall’ 82% del 2010 al 79,2% del 2012. Le prospettive sono anche migliori perché le previsioni sono di un 78,1% per l’anno in corso e del 77,2% per il 2014.
Il tweet lanciato dal Commissario ungherese Andor
 
La Commissione ha poi redatto un secondo testo (leggi qui il testo in ungheresein inglese) indirizzato anch’esso al Consiglio, “Raccomandazione per una raccomandazione del Consiglio sul Programma di riforma nazionale dell’Ungheria per il 2013 e sulle valutazioni del Consiglio sul programma di convergenza ungherese per il periodo 2012-2016”. Se come abbiamo visto i numeri premiano Budapest, sembrano non fare altrettanto le analisi più generali sulla situazione economica del paese. In questo secondo rapporto la Commissione riferisce sui problemi esistenti e propone soluzioni anche alla luce dei programmi ufficiali del governo magiaro.  Rileva ad esempio che il peso del Consiglio di Bilancio (Költségvetési Tanács) non è ancora proporzionato alle sue effettive competenze derivanti ad esempio dal diritto di veto che esso ha nel processo di approvazione del bilancio annuale. Le autorità ungheresi sono pertanto chiamate a coinvolgere in maniera più vincolante detto organismo cosa che gioverebbe alla credibilità e alla solidità della loro azione in tema di gestione del bilancio e di rispetto dei parametri UE. Difficoltà emergono anche nel settore finanziario precisamente nel sistema dei prestiti dove le iniziative governative per ridurre l'indebitamento del sistema bancario hanno avuto effetti negativi proprio sui profitti delle banche rendendo di conseguenza più rigide le condizioni del credito. Uno dei problemi principali del settore resta il deterioramento del portafoglio crediti cui si associa il numero crescente dei crediti non performanti. Il Governo viene sollecitato a lavorare sulla creazione di un sistema di tassazione stabile volto ad evitare effetti distorsivi specie per le aziende. L'introduzione di imposte "ad hoc" per singoli settori aumenta i gravami fiscali sostenuti dalle società. Le misure di abbassamento dei costi delle bollette e delle tariffe poi (rezsicsökkentés) non sembrano avere per ora influito positivamente sul calo dei consumi energetici. In questo campo, nonostante l'Ungheria stia bene operando nell'integrazione con i paesi confinanti, resta preoccupante, secondo Bruxelles, l'assenza di indipendenza dell'autorità di regolamentazione energetica nella scelta delle tariffe. Negativi i dati sull'occupazione anche se si è tornati ai livelli pre-crisi del 2008. Le basse quote di occupati e di partecipazione al mercato del lavoro sono strettamente correlate. Nell'ultimo decennio la disoccupazione è aumentata dall'11% del 2001 al 28,1% del 2012. La quota dell'occupazione femminile è bassa e praticamente immobile. I piani di aggiornamento e formazione  finalizzati all'inserimento nel mondo del lavoro non sono ancora accessibili a tutti e la partecipazione a programmi come a quello comunitario di apprendimento permanente (Lifelong learning) è tra le più basse dell'Unione. La situazione sociale è in via di peggioramento con il 31% della popolazione a rischio povertà o esclusione con alte percentuali di chi soffre privazioni materiali. Quanto al settore degli investimenti il quadro generale è in via di deterioramento da tre anni a causa di provvedimenti restrittivi per gli operatori, specie gli investitori stranieri. Sebbene il programma governativo di alleggerimento della burocrazia Stato Semplice (Egyszerű Állam) preveda 114 misure per uno sgravio del peso dell'amministrazione pari a 500 miliardi di fiorini (1.7 miliardi di euro), l'attuazione dei relativi provvedimenti è in forte ritardo. Il livello di competizione negli appalti pubblici è ancora molto basso e sono scarsi anche i risultati della lotta alla corruzione (in rilievo su tutti law-enforcement e finanziamenti ai partiti) e dell'implementazione del relativo programma governativo datato ormai maggio 2012, il Magyary Program. Resta molto da fare ancora nel settore dell'istruzione dove per quanto il numero degli abbandoni degli studi sia ormai sensibilmente ridotto, occorre adeguare alla media regionale ed europea il tasso di inserimento scolastico degli studenti svantaggiati onde evitare ogni tipo di squilibrio e diseguaglianza sociale.

La Commissione si era già pronunciata di recente sulla situazione macroeconomica ungherese quando il 10 aprile scorso aveva pubblicato un esame approfondito, in-depth review, (leggi qui il testo in ungheresein inglese )  al Parlamento, al Consiglio e all'Eurogruppo nel quadro del meccanismo di allerta previsto dal regolamento UE  N. 1176/2011. Quello che emergeva allora - e che vale tutt’ora - è un contesto di forti criticità anche se non irrimediabili. Il focus di quel report verte principalmente sulla posizione debitoria internazionale dell'Ungheria. Il paese soffre forti squilibri legati alla sua posizione finanziaria netta (il cosiddetto NIIP, Net international investment position) e ad un persistente ed elevato, anche se in discesa come visto in precedenza, debito pubblico. "Gli squilibri esterni - ricorda il report di aprile - sono in calo grazie al conto delle partite correnti (in sostanza il rapporto importazioni-esportazioni) che registra un surplus per il terzo anno consecutivo e il NIIP è in costante risalita (dal -117% del 2009 al -103% del 2012) ma ancora sotto la soglia virtuosa". L'Ungheria si conferma dunque ancora paese debitore anche negli anni a venire. Sebbene i risultati delle misure di aggiustamento del governo siano tangibili, diverse politiche adottate non possono essere considerate "market-friendly" e questo contribuisce ad indebolire il potenziale di crescita del paese. I dati del debito pubblico e la bassa crescita influiscono conseguentemente a rendere il paese vulnerabile ed esposto oltremodo ai cambiamenti di umore del mercato. La fiducia degli investitori passa anche per un sistema fiscale che necessita di ritocchi specie nelle tasse ad hoc, troppo alte, che colpiscono singoli settori della produzione. 

                                                           *               *               *
Il Ministro dell'Economia Nazionale Mihály Varga alla conferenza stampa

La reazione del governo ungherese alla promozione di Bruxelles è stata quasi simultanea ed è arrivata nel pomeriggio del 29 maggio per bocca del Ministro dell'Economia nazionale Mihály Varga che in conferenza stampa ha sottolineato come "il governo non ha ridotto il rapporto deficit-Pil per uscire dalla procedura di infrazione decisa a Bruxelles ma perché è un qualcosa che andava fatto indipendentemente da tutto e perché bisogna operare affinché lo stato sia n grado di finanziarsi da solo". "L'Ungheria - ha ribadito il ministro - sta in piedi da sola e non ha bisogno di ricorrere ad aiuti esteri come nel 2008 quando allo scoppio della crisi fu la prima a rivolgersi alle istituzioni internazionali". "Molti segnali - ha concluso Varga - testimoniano la ripresa ungherese: la bassa inflazione, i migliori risultati dell'economia, la bilancia commerciale in attivo, i dati dell'occupazione e ci aspettiamo per la seconda metà dell'anno una crescita più decisa".
Soddisfazione anche nei commenti dei partiti di maggioranza. Tra i primi a parlare il vice-presidente della Commissione bilancio dell’Assemblea nazionale, Imre Puskás. "L'Ungheria -  ha detto il politico del Fidesz - può rialzarsi dal banco dei somari (szégyenpad) dove l'avevano fatta accomodare i governi Gyurcsány e Bajnai con delle politiche economiche incapaci di soddisfare i parametri dell' Unione e che hanno solo portato ad un grave indebitamento". Secondo Puskás Bruxelles ha premiato le performance e gli sforzi del governo magiaro che può vantarsi di "non avere mai messo le mani nelle tasche dei cittadini". Sulla stessa linea anche il comunicato rilasciato all' agenzia di stampa pubblica MTI dall'alleato di governo minore, il KDNP, che insiste sul "dilettantismo" dei passati esecutivi rei di aver reso insostenibili le condizioni per le imprese con interessi sul credito molto elevati e con altrettanto elevati tassi di cambio tali da rendere dura la vita di chi ha fatto operazioni con valuta estera. Il KDNP ricorda come ora il rapporto deficit-PIL sia mantenuto costantemente sotto il 3% rispetto al 9% della gestione Bajnai e come l'attuale tasso della moneta del 4,5% sia imparagonabile al 9% dei tempi di Gyurcsány. 
I socialisti dell'MSZP, primo partito dell'opposizione, hanno accolto come una "buona notizia" la promozione della Commissione Europea salvo tuttavia aggiungere come siano stati "i più poveri a pagarne il prezzo negli ultimi tre anni e non i più ricchi nè tantomeno i membri del governo, tutti beneficiari delle agevolazioni sull'imposta sul reddito". Tibor Szanyi, membro della presidenza dell'MSZP, quasi smentendo le voci che da più parti della maggioranza si levano spesso contro i presunti doppiopesismi che discriminano l'Ungheria, ha portato la proposta della Commissione come un esempio di imparzialità di giudizio e di stretta attinenza ai soli dati degli indicatori economici in sede di valutazione di un paese da parte degli organi dell'Unione. Sulla proposta della Commissione Szanyi poi non risparmia una critica al fatto che sarebbe preferibile che l'Unione facesse le sue analisi economiche a cadenza annuale piuttosto che trimestrale in modo tale da lasciare più ampio spazio di manovra ai singoli governi. Tornando alle polemiche domestiche il politico socialista ha riferito che si sarebbe congratulato con gli ungheresi piuttosto che con un governo che per rientrare nei giusti parametri del deficit ha sottoposto il paese ad una cura di 3 mila miliardi di fiorini di restrizioni. Tra gli auspici dell'MSZP figurano una ripartizione sociale più equa del peso dei costi sostenuti per mantenersi sotto la soglia del 3%, la diminuzione delle tasse ad-hoc, la ripresa della crescita economica, il rifiorire degli investimenti e misure di tassazione delle transazioni finanziarie per puri scopi speculativi. 
Sono concordi nel far notare come ogni "festeggiamento" sia fuori luogo l' Együtt 2014 di Bajnai e il DK di Gyurcsány. Il deputato indipendente, in quota E2014, Gábor Scheiring definisce la politica economica dell'attuale governo "crudele e disumana", una politica per cui il potere d'acquisto degli stipendi vale sempre meno, i sussidi diminuiscono e l'educazione dei figli è sempre più difficile. Quello che poi per il vice-presidente di DK Tamás Bauer altro non è che un regalo di compleanno della Commissione europea per il terzo anno dell'esecutivo di Orbán, non può far passare sotto silenzio come in Ungheria siano state messe in pericolo sanità, istruzione e sostegno a disoccupati e invalidi. 
Sulle difficoltà della sfera sociale conviene anche uno dei leader di LMP, formazione politica indipendente ed ecologista, András Schiffer che si augura venga colta ora l'occasione di porre fine ai sacrifici ed alle restrizioni che il popolo ungherese patisce da ormai 25 anni per colpa di governi di ogni colore politico. Per lo JOBBIK, partito di opposizione di estrema destra è necessaria una svolta radicale che porti sviluppo all'Ungheria e che abbia come basi la manifattura nazionale, una politica delle acque responsabile, il rilancio dell'estrazione di materie prime, l'agricoltura e il turismo.
Orbán commenta le decisioni di Bruxelles

Viktor Orbán parla solo il giorno successivo e lo fa ad un forum economico organizzato dalle fondazioni Századvég, Széll Kálmán e dalla casa editrice Heti Válasz Kiadó dal titolo ”Il modello ungherese nell'Europa in trasformazione. Di fronte ad una platea di circa trecento persone, tra cui anche l'ex-premier spagnolo Aznar, con tono indubbiamente soddisfatto e orgoglioso ha riassunto così gli ultimi tre anni di governo :"Ci sono stati momenti di frequenti successi ma anche di occasionali cadute, momenti in cui il governo ha avuto idee inaspettatamente brillanti come anche idee che non si sono rivelate poi tali". "Tuttavia - ha continuato Orbán - tutto si può dire del governo ma non che non abbia riportato alla luce del sole quel paese che i socialisti avevano spinto nella fossa." Richiamando poi il programma elettorale del FIDESZ e la vittoria del 2010 ha confermato che "è venuta per il mondo l'epoca della trasparenza, in cui niente più è nascosto, non lo è la costituzione, non lo è la mano del mercato, non lo sono le leggi".Tradendo una malcelata fierezza il leader del FIDESZ ha ricordato come ora "l'Ungheria vive grazie ai propri soldi e non grazie ai soldi di altri, cosa altrimenti vergognosa" e questo perché uno dei primi atti dell'esecutivo è stato quello di concludere in modo ordinato la collaborazione con il Fondo Monetario Internazionale. "Loro sono andati a casa, noi siamo rimasti", ha ironizzato ribadendo che il paese ora si finanzia direttamente sul mercato e che nel quadro europeo rappresenta una delle economie più promettenti del futuro prossimo. Nel discorso non privo di visioni più ampie - come spesso capita nei discorsi di Orbán - trova spazio anche un cenno alla sua idea di Europa, un'Europa federale, un'Europa dove le nazioni non possono essere dissolte, un'Europa che non può diventare un impero fatto di province altrimenti costrette a confrontarsi con continue ingiustizie.

fonti: hirado.hu, kormany.hu, europa.eu

martedì 4 giugno 2013

4 GIUGNO. GIORNATA DELLA COESIONE NAZIONALE. DALLA VERGOGNA DI TRIANON ALLA FESTA DELL’IDENTITA’ MAGIARA

Il logo ufficiale della giornata della Coesione Nazionale
"Noi, membri del Parlamento della Repubblica Ungherese, noi che crediamo che Dio è il Signore della storia"...così esordisce uno dei primi atti dell'attuale ciclo parlamentare a maggioranza conservatrice, la legge XLV del 2010 che istituisce la giornata della Coesione Nazionale (Nemzeti Összetartozás Napja). La tempistica dell'approvazione del provvedimento, recante data 31 maggio 2010, è significativa e degna di menzione. Solo due giorni prima Viktor Orbán ha giurato di fronte all'assemblea per il suo secondo mandato di Primo Ministro. Il 26 invece il nuovo parlamento ha già modificato la legge sulla cittadinanza. Fin dall’inizio della legislatura è chiara dunque l’impronta che il nuovo esecutivo, forte peraltro di una maggioranza dei 2/3, vuole imprimere nella società ungherese. Quella di Orbán è quasi una missione, e il potere evocativo di una legge quale quella “sulla testimonianza della Coesione Nazionale” (questo il titolo preciso della legge) vale più di un intero programma di governo. La visione è quasi mistica, propria di una destra che vuole fondare la sua azione sugli elementi che storicamente più la caratterizzano: definizione di cittadinanza, terra patria, sentimento nazionale. Orbán sente forte il peso di una vocazione che per lui vuol dire adoperarsi per la nazione ungherese e l’argomento scelto per questo compito è il più adatto a compattare il popolo magiaro: il Trattato di Trianon del 1920.

Satira sulle mutilazioni territoriali ungheresi (vere) e francesi (false)

Il Regno d’Ungheria, parte integrante dell’Impero Austro-Ungarico, e per questo anche membro della Triplice Alleanza, esce sconfitto dalla prima guerra mondiale. Il tavolo dei vincitori riuniti a Versailles decide di trattare separatemante le condizioni post-belliche di Turchia, Bulgaria, Germania, Austria e Ungheria ed è proprio quest’ultima l’oggetto esclusivo del Trattato di Trianon. L’Ungheria subisce pesanti mutilazioni territoriali. La popolazione, secondo i dati dell’epoca, passa da 18 milioni a 7,6 milioni di abitanti. In particolare la popolazione di lingua ungherese che viene a trovarsi oltre-confine è pari a 3,2 milioni. Nonostante a guidare la redazione dei trattati di pace sia il principio di nazionalità, questo non sembra valere per la nazione magiara che esce fortemente penalizzata dalle decisioni dei “quattro grandi” (USA, Francia, Inghilterra, Italia). Da allora in avanti Trianon rappresenterà una tristissima pagina di storia, una vergogna nazionale, un “vulnus” insanabile per generazioni di ungheresi, specie di quelli oltre-confine, ma allo stesso tempo un simbolo in grado di unire idealmente ogni ungherese lontano dalla madrepatria.

Non a caso dunque il parlamento istituendo la giornata della Coesione Nazionale ha scelto di farla coincidere con il 4 giugno, giorno della firma del Trattato di Trianon, espressamente definito dal legislatore un “diktat-di-pace” (békediktátum). Così si legge sul sito ufficiale del Governo dedicato a questa commemorazione con toni carichi di orgoglio e suggestione: “Nel ricordarci per sempre di questa tragedia nazionale, mantenendo allo stesso tempo davanti agli occhi le nostre responsabilità storiche, questo giorno del ricordo nato in memoria di un lutto ci rende allo stesso tempo la possibilità di mostrare come nonostante le potenze straniere abbiano potuto separarci in un momento storico tempestoso, non siano però riuscite a privarci delle nostre radici culturali, della nostra lingua comune, della nostra appartenenza nazionale. Anzi, la nostra comunità nazionale seppur divisa da confini di stato è un tutto indivisibile.” A ribadire il senso di queste parole anche il Ministro della Pubblica amministrazione e della Giustizia Tibor Navracsics che intervenendo alla trasmissione radiofonica domenicale Vasárnapi Újság dell’emittente pubblica Kossuth Rádió ha sottolineato come “dipende solo da noi l’elaborazione del trauma di Trianon”.”Ci sarà sempre – ha continuato il Ministro – chi dirà che non riusciremo mai ad elaborare questo trauma e che saremo sempre costretti a confrontarci con esso, che la nazione ungherese è perdente, in declino e che niente potrà mai riuscirle nel bacino dei Carpazi. Se non crediamo in noi stessi allora daremo ragione ai nostri avversari. La nazione è riuscita sempre a rialzarsi. E’stato così tra il 1920 ed il 1938, dopo il 1945, dopo il 1956 e anche dopo il 1990”.

Un luogo simbolo dell'ungheresità. Il pellegrinaggio di Csíksomlyó in Romania
Una lettura più approfondita della legge sulla Coesione Nazionale (leggi qui il testo integrale) dimostra come restino tuttora irrisolti tutti “i problemi di natura politica, economica, giuridica e psicologica” derivanti dal Trattato del 1920.  E’ per questo che il Parlamento vincola sé stesso ad un dovere quasi naturale, quello di “operare - si legge nel preambolo – nel senso di un futuro pacifico per i popoli e per le nazioni del bacino dei Carpazi basato sulla comprensione e sulla cooperazione riunificando nel contempo un’Europa ancora divisa dalle tragedie del XX secolo”. Dal testo traspare poi un senso di profondo rispetto nei confronti di quelle “donne e uomini che nel corso degli ultimi novanta anni hanno sofferto, per il loro essere ungheresi, svantaggi e offese ed in modo particolare il ricordo va a coloro che hanno sacrificato la propria vita in nome della loro identità nazionale”. Il loro contributo è stato fondamentale per il rafforzamento dell’”ungheresità” (magyarság) che è stata in questo modo capace di superare le tragedie successive. La legge riconosce che tutte le soluzioni finora praticate per risolvere le questioni aperte dal “diktat” di Trianon hanno prodotto fallimenti. Così è stato per “l’intervento delle potenze straniere atto a modificare le frontiere come pure per le azioni volte a liquidare l’identità nazionale in nome dell’ideologia internazionalista”. Il vero punto di partenza, dispone il secondo paragrafo della legge, “è la libertà individuale  - che sottintende la scelta per la propria identità nazionale  - unita al diritto di autodeterminazione interna”. Tutto questo nel quadro delle norme del diritto internazionale e dei principi di democrazia e di rispetto delle sovranità dei singoli stati. Tuttavia il Parlamento ungherese dichiara la propria “condanna verso i tutti i tentativi di assimilazione delle nazionalità presenti come minoranze” in stati territoriali diversi dall’ Ungheria. “L’Assemblea Nazionale - recita poi il terzo paragrafo – conferma il suo impegno nella cura e nel mantenimento delle relazioni tra i membri e le comunità della nazione ungherese  così come nella promozione delle normali esigenze di autonomia di tutte le comunità e di tutte le loro espressioni così come si fondano sulla pratica accettata in Europa”.
La Casa dell'Ungheresità (Magyarság Háza) - a sinistra

La Casa dell'Ungheresità (Magyarság Háza) - interno

Uno dei luoghi principali della giornata sarà la Casa dell’Ungheresità (Magyarság Háza) dove bambini ungheresi provenienti anche da oltre-confine inaugureranno in mattinata alla presenza del sottosegretario responsabile per le politiche nazionali Zsuzsanna Répás una loro creazione simboleggiante la Coesione Nazionale. La Casa dell’Ungheresità situata nella suggestiva piazza della Santissima Trinità di fronte alla chiesa di Re Mattia è stata recentemente restaurata e si propone di essere il luogo dove per eccellenza si curano tutte le iniziative a sfondo culturale volte a sollecitare le relazioni magiare-magiare (magyar-magyar) così da rafforzare e promuovere l’identità nazionale soprattutto nelle giovani generazioni. L’organizzazione della giornata della Coesione Nazionale gode del patrocinio del Governo e di due fondazioni impegnate nella promozione della cultura ungherese, la Fondazione Gábor Bethlen (che gestisce un proprio fondo omonimo finanziato dallo stato) e l’Associazione Rákoczi. La giornata ha anche una sua colonna sonora, un vero e proprio inno, il Canto della Coesione (Összetartozás Dala), composto dal giovane jazzista Bálint Bársony e che è accompagnato da un videoclip (guarda) che è stato presentato di recente in una conferenza stampa (guarda) lo scorso 22 maggio all’ Akvárium Klub.
Sul sito ufficiale della giornata c’è anche una pagina (leggi qui) dedicata ad un elenco in cui vengono riportati tutti gli ungheresi illustri (politici, scrittori, compositori, artisti) che sono nati al di fuori dei confini attuali dell’Ungheria, i cosiddetti “nati nella patria carpatica” (Kárpát-haza szülöttei).

Consulta qui il sito ufficiale del Governo dedicato alla giornata della Coesione Nazionale. 

Fonti: hirado.hu, kormany.hu, mkogy.hu

mercoledì 15 maggio 2013

PARTITI FUORI PORTA. L’OPPOSIZIONE A ORBÁN SI ORGANIZZA. CRONACA POSTUMA (E A DISTANZA) DI UN PRIMO MAGGIO

Gyula Thürmer tiene il suo discorso alla rotonda Kodály. (foto mno.hu)
Per i nostalgici di Kádár e del regime crollato insieme al muro di Berlino l’appuntamento è alle otto e trenta alla rotonda Kodály. Nella frescura mattutina di una giornata che si annuncia rovente, di un primo maggio che è un assaggio di estate, il primo discorso politico è quello di Gyula Thürmer presidente del Partito Comunista Operaio ungherese (Magyar Kommunista Munkáspárt) in piedi su di una pedana. Certo i numeri non sono quelli di qualche decennio fa quando a sfilare sotto le tribune di via Dózsa Györgyi davanti al Segretario e ai quadri del Partito c’erano le coreografie di folle festanti, di operai e di lavoratori organizzati. L’Internazionale oggi non risuona più e la pacatezza con cui Thürmer in completo scuro e camicia rossa ricorda come l’ungherese oggi viva peggio di quattro anni fa, quasi contrasta con lo slogan - a pensarci su nemmeno tanto minaccioso - che di lì a poco aprirà il corteo: “La Nato ci spinge in guerra e l’Unione nella fame”. Altrove magari per una manifestazione di un partito anti-globalizzazione che su facebook sostiene gruppi amici del Partito socialista unitario venezuelano e del defunto Chavez ci sarebbe un servizio d’ordine in assetto antisommossa. Qui, sul boulevard alberato di via Andrássy, forse non c’è che un’auto della polizia necessaria a proteggere i manifestanti dal traffico inesistente di un giorno non lavorativo.  Questi sinceri anticapitalisti che la dittatura l’hanno vissuta e la rimpiangono non hanno capelli rasta, caschi, spranghe pronte all’uso. Non ci sono fumogeni. Niente volti coperti e sguardi avvelenati. Di rabbioso e fiero c’è solo lo sguardo di un muscoloso operaio che brandisce un martello: il simbolo del partito. Il rosso campeggia sulle bandiere e sui cartelli, sulle magliette dei giovani (pochi) e sui foulard di due anziane signore che vicendevolmente si sorreggono e che l’Ungheria Repubblica Popolare l’hanno conosciuta. Ci sono le facce di Lenin, Marx e Che Guevara, le icone di un mondo che non è più e che rivive in questa tranquilla manifestazione il cui colore più cupo è il grigio delle tute da guardia operaia dei tre ragazzi che guidano la sfilata verso Piazza degli Eroi. Il sole è sempre più alto. Il primo maggio entra nel suo vivo. 
Lo spettacolo del clown Ricsi sul palco della Coalizione Democratica

E’ proprio alle spalle di Piazza degli Eroi nel bosco e nei prati del Városliget che vanno in scena i tradizionali majális, le “feste maggiaiole”, le prime gite fuori porta, le prime scampagnate, dove a farla da padrona sono wurstel e birra, rispettivamente considerati cibo e bevanda simbolo del proletariato urbano, per intenderci, la falce e il martello della gastronomia comunista. Cibo tradizionalmente povero e a basso costo, insomma il contrario di quello che si vede negli stand del majális della Coalizione democratica  (Demokratikus Koalíció) dell’ex-premier Ferenc Gyurcsány, dove per una salsiccia fritta, un po’ di senape e una fetta di pane bisogna pagare mille fiorini, circa tre euro e cinquanta, un po’ troppo per il portafoglio dell’ungherese medio. In compenso è da apprezzare l’impegno rivolto alle generazioni future dove lo spettacolo del noto clown Ricsi è graditissimo a decine di bambini, gli unici ad abbassare sensibilmente un’età media del pubblico presente altrimenti molto alta. Gyurcsány dovrà ancora attendere qualche anno prima di avere il loro riconoscente voto ma intanto l’atmosfera è pronta per accoglierlo sul palco. Sono le undici quando prende la parola in perfetto look da politico in vacanza. In Converse,  jeans e camicia a quadri comincia a bacchettare l’opposizione ed i suoi inutili tentennamenti. Il discorso (ascolta qui) è a braccio, lo stile è ironico e pungente ed il messaggio ai due leader che ancora si contendono il ruolo di sfidante di Orbán alle elezioni del prossimo anno, ossia il socialista Attila Mesterházy e l’ex-premier nonché  fondatore di Insieme 2014 (Egyűtt 2014) Gordon Bajnai, è chiaro: “bisogna costruire un’opposizione democratica unita”. E’ ormai evidente che si vince solo se si è uniti ma Gyurcsány ricorda che “non è solo il patto tra uno, due o tre partiti a definire l’unità dell’opposizione”. “Non stiamo organizzando un gruppo di amici per andare al Balaton” ironizza,  è necessario che si metta insieme “la moltitudine democratica che si oppone a Orbán” .
Gyurcsány e altri politici di Coalizione Democratica firmano autografi
Per questo c’è bisogno di tutte le componenti della società civile, dei sindacati e del più piccolo dei partiti.  Si fanno i nomi. Lajos Bokros e Gábor Fodor, che hanno fondato due nuove formazioni politiche, Gábor Kuncze (uno storico passato nei Liberi Democratici) e i Socialdemocratici di Andor Schmuck.Non è sufficiente secondo Gyurcsány il recente accordo elettorale siglato da Mesterházy e Bajnai che prevede candidature condivise nei collegi.  “Ci vogliono - ribadisce - candidati comuni di una lista comune di tutta l’opposizione”.  Il sole è sempre più incalzante come le battute di Feri, come lo chiamano i suoi. Molti gli applausi, cori anti-Orbán. C’è spazio anche per rimarcare la laicità del partito in pieno stile libera-Chiesa-in-libero-Stato e dire basta alla “nuova evangelizzazione” messa in atto dal governo. Dopo una mezz’oretta tutto sommato gradevole la chiosa: “buon pranzo a voi e sogni cattivi a Orban.” Tutti a sentire Mesterházy, per chi ha la forza e ancora non troppa fame, che dovrebbe parlare di lì a breve a pochi stand di distanza.  Sì perché al Városliget c’è tutta l’opposizione al governo di destra in bermuda e magliette. Ogni partito ha organizzato qui il proprio majális ed è quasi come una fiera. Tra un cantante ed un banchetto di raccolta firme, tra un saltimbanco sui trampoli e un pentolone di gulash (gulyás) fumante, trovi il gazebo di un partito dove magari becchi il politico preferito che si dedica agli autografi. “Pane e lavoro!” è lo slogan di sempre, “Panem et circenses” è quello che si vede.

Simpatizzante socialista

Gulash per tutti allo stand di Coalizione Democratica

Inutile dire che il majális dei socialisti dell’MSZP, non a caso primo partito di opposizione, ha una scaletta musicale di tutto rispetto. Ce n’è per tutti i gusti e soprattutto per tutte le età. “Tutti quanti facciamo un errore, quell’errore non essere tu” canta l’Orietta Berti ungherese Teri Harangozó nel suo cavallo di battaglia di sempre e forse è un po’ la speranza di elettori e attivisti socialisti rivolta al loro presidente. Dal revival allo slang di Dopeman che  tra le righe di un rap ci ricorda che lui e il suo fratellino sono proprio “quei gangstar da cui tu proteggi tuo figlio”. Ma il ritmo si sa, prevale sempre sui testi  e una volta raggiunto il numero giusto Mesterházy può parlare. Lui che è allo stesso tempo capo del partito e capogruppo in parlamento non si è ancora candidato ufficialmente a guidare il governo, anche perché non si è ancora capito chi guiderà l’opposizione. Il suo discorso è però in linea con lo slogan che ha alle spalle: “Il cambiamento è iniziato. Trasmettilo a tutti”.E’ il discorso (ascolta qui) di chi ambisce a governare il paese anche se inizia con una stilettata più adatta ad attirare applausi che voti e con cui esige dal premier che “cacci dalla vita pubblica” József Balogh, deputato del partito di maggioranza Fidesz, colpevole di continue e ripetute violenze contro la moglie. Pochino se si considera che gli argomenti non mancano. Un mese fa ad esempio mezza Europa ha gridato al golpe bianco in Ungheria in seguito all’ultima modifica della Costituzione. Ma come non si sono viste barricate e folle inferocite per le strade di Budapest, così non c’è stata menzione del fatto nella pur ricca rassegna antigovernativa del leader socialista. Dopo la battuta d’esordio Mesterházy ricorda subito che la festa dei lavoratori coincide con il nono anniversario dell’adesione all’UE e il giovane politico socialista può così confermare il suo impegno per creare un paese pienamente europeo legato ai valori delle moderne democrazie occidentali. Il passaggio non è scontato visto che Orbán non è proprio un campione di euro-entusiasmo. Crescita zero, tasse elevate, prezzi insostenibili, paese allo stremo, mezzo milione di bambini a fare la fame sono il lascito di un sistema, rendszer, (il termine è lo stesso usato nell’’89) che il presidente dell’MSZP promette di cambiare e smantellare in ogni sua parte.
Mesterházy e Gyurcsány si incontrano al majális socialista
Il finale è il più interessante e atteso da tutti, musica per le orecchie di Gyurcsány che è arrivato in platea sorseggiando una birra. Come battere Orbán? La ricetta di Mesterházy è quella di estendere a tutti i partiti disposti ad allearsi il “patto di non aggressione”  stipulato con Bajnai e il suo Insieme 2014 in cui si è espressamente deciso, oltre alle candidature condivise, di non indebolirsi a vicenda nella campagna elettorale. Riassunto: Mesterházy ancora non scende in campo ma nei fatti, allargando il campo delle alleanze, punta a rendere pressoché obbligata la convergenza sul suo nome. Ma Bajnai tutto questo non lo può sentire. E’ sul suo palco a parlare di crisi economica insieme al movimento Solidaritas, pilastro di Insieme 2014, e a Benedek Jávor fresco di scissione da LMP e alleato immediato di Bajnai con il suo nuovo partito Dialogo per l’Ungheria.  Qui c’è poca gente. Effetto Apostol, gruppo anni settanta che canta per il majális dei sindacati che nel frattempo per la prima volta nella loro giovane storia manifestano e festeggiano unitariamente. 
Da destra: Mesterházy (MSZP),Kónya(Solidaritas),Bajnai(E-2014),Varga (Szef)

Il verde del Városliget è un laboratorio di alleanze e concilia comunità di intenti e appetito, vista l’ora. Infatti è proprio un wurstel con senape e pane a far ritrovare Mesterházy e Bajnai fianco a fianco sulla stessa panca e a farli immortalare nell’ultima significativa immagine (vedi foto a destra) di una giornata che, per quanto propositiva da ogni parte, non scioglie ancora alcun nodo politico. Incerta la formula con cui l’opposizione si presenterà agli elettori.  Incerta la natura di una coalizione che tutti vogliono. Incerto il numero dei partiti che ne faranno parte. Incerto soprattutto chi sarà l’anti-Orbán. Le certezze non sono altrettanto risolutive. Mesterházy guida il maggiore partito di opposizione e in virtù di questo gioca il ruolo (legittimo e non dichiarato) di primo ministro ombra.  Bajnai tuttavia è risultato a marzo non solo il politico più popolare, secondo solo al Capo dello Stato Áder, ma anche  il più apprezzato dalla maggioranza di chi vuole il cambio di governo (fonte Médián). L’impressione è che il tour elettorale (országjárás) con cui Bajnai sta percorrendo l’Ungheria in lungo e in largo non sia poi tanto rivolto contro Orbán quanto piuttosto a spingere l’alleato socialista alla resa dei conti. Strada in salita dunque per il trio Mesterházy-Bajnai-Gyurcsány che ad oggi, pur volendo considerare i sondaggi più favorevoli, non raggiungono messi insieme Viktor Orbán che nel frattempo è pronto ad incassare consensi reali dalla campagna di abbassamento delle bollette (rezsicsökkentés) e dai recenti aumenti di stipendio ai dipendenti della sanità pubblica. Il majális di oggi è ancora vigilia di decisioni. Il prossimo sarà vigilia di voto e non ci saranno prove d’appello.

sabato 27 aprile 2013

IN EUROPA CRESCE L'ATTENZIONE SULL'UNGHERIA. VIKTOR ORBÁN RASSICURA E AMMONISCE."NO AL DOPPIO STANDARD DI GIUDIZIO"

Orbán Viktor incontra i parlamentari del PPE
Orbán Viktor ha preso parte a Strasburgo la sera del 16 aprile ad una riunione del gruppo parlamentare del Partito Popolare Europeo (PPE) presieduta dal capogruppo Joseph Daul. In quella sede il Primo Ministro ha risposto alle domande degli eurodeputati sulla situazione ungherese. “E’ stata cosa buona oggi essere ungherese in questo contesto” ha dichiarato Orbán ai giornalisti dopo l’audizione al PPE. “Durante l’incontro sono emerse questioni concrete perché sono molte le circostanze difficilmente comprensibili ed i frequenti fraintendimenti nella stampa internazionale”. Il politico ungherese ha definito sciocchezze alcune posizioni sulla presunta criminalizzazione dei senza-fissa-dimora, sull’indipendenza del potere giudiziario messa in pericolo e secondo le quali la Corte Costituzionale non potrebbe esaminare le leggi cosiddette “dei due terzi”, ricordando che nella Legge Fondamentale sono contenuti elementi già conosciuti nella prassi degli altri paesi. Orbán Viktor è parte integrante del PPE , figura tra i suoi leader di punta  - considerando che attualmente è anche un capo di governo - e ne è stato vice-presidente per ben tre volte. “Nel Partito Popolare siedono i nostri amici - ha detto alla stampa ungherese – quei parlamentari appartengono alla nostra famiglia politica e lo scopo di questa discussione è stato quello di sincronizzare gli orologi”. Il Primo Ministro ha sottolineato come durante il dibattito, da lui definito amichevole, siano state poste domande prevalentemente di natura giuridica e che nessuna di esse abbia attaccato la costituzione ungherese. A suscitare maggiori preoccupazioni sono state piuttosto le questioni relative al particolare trattamento fiscale delle società straniere operanti in Ungheria e alla campagna del governo a favore dell’abbattimento delle spese delle famiglie (rezsicsökkentés), temi che ovviamente stanno a cuore ad eurodeputati che hanno la stessa nazionalità delle imprese coinvolte. Il peso dell’elemento economico nella ondata di discredito proveniente spesso da una parte della stampa internazionale non è ritenuto per nulla secondario dal governo magiaro. In una recente intervista al quotidiano Népszabadsag il responsabile del governo per le comunicazioni internazionali Ferenc Kumin, interpellato sulla natura delle critiche a Orbán espresse dal cancelliere Angela Merkel, ha fatto notare come ad esempio “a buttare benzina sul fuoco siano anche le aziende tedesche del settore energetico e delle telecomunicazioni che nel vedere i propri interessi intaccati contribuiscono a creare in una parte influente del pubblico tedesco un’immagine di noi particolarmente distorta”.   Orbán ha infine congedato i giornalisti confermando che non avrebbe preso parte l’indomani (mercoledì 17 n.d.r.)  al dibattito sull’Ungheria al Parlamento Europeo non solo perché in partenza per i coincidenti funerali di Margaret Thatcher ma perché esso era già stato calendarizzato da tempo. Il leader del FIDESZ ha però garantito la sua presenza a Strasburgo per fine giugno inizio luglio quando si discuterà probabilmente delle conclusioni dei lavori della Commissione libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) del Parlamento Europeo sul rapporto Tavares. Inoltre restano da ultimare anche le valutazioni tecniche in punta di diritto della Commissione Europea. 
Alla vigilia del dibattito di Strasburgo l’eurodeputato del FIDESZ József Szájer ha auspicato “che si discuta su fatti concreti  con la possibilità di confrontare le esperienze”. “Non è corretto - ha continuato il politico ungherese - che con l’Ungheria si adotti un doppio standard di giudizio” così come è altresì “moralmente nonché politicamente inaccettabile che nei suoi confronti si creino delle aspettative che magari non valgono parimenti per altri paesi membri dell’ Unione”.
Viviane Reding al dibattito sull'Ungheria

Il concetto di garanzia di imparzialità e oggettività delle valutazioni legali della Commissione è stato confermato in sede di seduta plenaria dal Vice-Presidente Viviane Reding (nella foto) che però ha espresso le sue preoccupazioni  su tre punti specifici riguardanti le modifiche della Costituzione (leggi a proposito un passato articolo sul blog): una clausola che introdurrebbe una tassa ad hoc per i cittadini ungheresi e che servirebbe a pagare eventuali sanzioni dell'UE, il trasferimento di casi da una corte di giustizia all'altra e il divieto di fare campagna elettorale nei media. La Reding ha tuttavia assicurato che non si aspetterebbe la fine di giugno nel caso si ravvisassero gli estremi per iniziare una procedura di infrazione.  Ad intervenire anche il ministro irlandese agli Affari europei Lucinda Creighton a nome della presidenza di turno del Consiglio ribadendo che la situazione ungherese sarà discussa dalla Commissione in quanto unico organo garante dei trattati e responsabile della conformità ad essi delle legislazioni dei singoli stati. La discussione all’europarlamento, dal titolo “L’Ungheria e lo stato di diritto” ha in seguito risentito della contiguità politica con il partito di Orbán dei deputati che hanno preso la parola.  Profondamente critici Guy Verhofstadt leader del gruppo liberale ALDE - tra i promotori del dibattito - che ha paventato la possibilità del ricorso all’articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea, che prevede in casi di violazioni gravi e persistenti anche la sospensione del diritto di voto in seno al Consiglio, e la socialista Hannes Swoboda che è andata oltre sino a citare episodi di anti-semitismo magiaro. Più indulgenti le posizioni di chi, come il popolare Frank Engel, ha rilevato la sterilità del dibattito, e del polacco Zbigniew Ziobro, conservatore dell’EFD, che nel suo intervento ha proposto di verificare il rispetto dei principi dell’UE negli altri stati membri invitando a non trattare l’Ungheria come il capro espiatorio di turno.

Intanto mercoledì e giovedì scorso la Commissione di monitoraggio del Consiglio d’Europa ha votato due volte, nella forma e nel merito, la richiesta di inserimento nell’ordine del giorno dell’Assemblea parlamentare dell’apertura di una procedura nei confronti dell’Ungheria. Il voto ha restituito il quadro di una Commissione spaccata. La conservatrice Jana Fischerová ad esempio, pur non negando la sua adesione al documento comune sull’Ungheria si è dimessa dalla carica di co-relatore della mozione perché da lei definita troppo “parziale e viziata dal pregiudizio”.  Il parere scritto della Commissione, approvato con una maggioranza di 21 a 20,  impegna ora l’ufficio dell’Assemblea che dovrà pronunciarsi sull’apertura di una procedura cosiddetta di controllo. In caso di risposta affermativa il testo del parere verrà sottoposto all’aula nella sessione di giugno. Secondo il documento  della Commissione, (consultabile integralmente qui) che racchiude le conclusioni di circa due anni di lavori sulla situazione magiara, compresa una lunga serie di viaggi dei suoi emissari in Ungheria,  “desta preoccupazione l’erosione del sistema democratico di checks-and-balances“. Seri dubbi anche sulla capacità dell’Ungheria ”di rispettare gli impegni presi al momento della sua adesione al Consiglio d’Europa in fatto di democrazia, diritti umani e stato di diritto”.  Sotto accusa in particolare il modo definito “frettoloso e opaco” con cui vengono approvate le leggi cardinali definite quasi uno strumento di cui la maggioranza di governo si servirebbe per aggirare  la Corte Costituzionale. Venisse approvata, sarebbe la prima volta di una procedura di controllo nei confronti di un paese dell’UE, laddove in passato erano stati “monitorati” solo paesi balcanici ed ex membri dell’URSS.

Fonti: nol.hu,europarl.europa.eu,hirado.hu,orbanviktor.hu,assembly.coe.int

martedì 16 aprile 2013

16 APRILE, SI RICORDANO GLI EBREI UNGHERESI VITTIME DELL’OLOCAUSTO. STORIA E MEMORIA

Il 16 aprile è il Giorno della Memoria delle vittime ungheresi dell’Olocausto. La data, che non corrisponde con la giornata della memoria che viene celebrata a livello internazionale  il 27 gennaio sulla base della risoluzione ONU 60/7 del 2005, è stata decisa nel 2000 dall’Assemblea Nazionale ungherese sotto il primo governo Orbán. Il 16 aprile 1944 incominciava la ghettizzazione degli ebrei ungheresi nella regione della Transcarpazia (o Rutenia subcarpatica, in magiaro Kárpátalja). A partire da quella data 400.000 di essi conobbero l’esperienza dei campi di concentramento e delle deportazioni dall’Ungheria verso i campi di Auschwitz-Birkenau. In seguito il regime nazionalsocialista di Hitler avrebbe puntato anche all’annientamento di altri gruppi sociali quali rom, omosessuali e disabili.

L’Ungheria viene invasa dalle truppe tedesce nel marzo del 1944 e con esse è operativa anche l’unità speciale del Sondereinsatzkommando (SEK) che sotto la guida diretta di Adolf Eichmann, l’allora direttore del Dipartimento per gli affari ebrei all’interno dell’ Ufficio centrale di sicurezza del Reich, si occupa della “degiudeizzazione” del paese. Sotto la pressione nazista il reggente d’Ungheria, l’ammiraglio Miklós Horthy, rimpiazza alla guida del governo un riluttante Miklós Kállay con il filo-tedesco Döme Sztójay. Il governo Sztójay si rende subito protagonista dell’approvazione di tutta una serie di decreti discriminatori nei confronti degli ebrei ungheresi volti ad isolarli e a separarli materialmente dalla società cristiana. Ad 825.000 ungheresi viene fatto così divieto di lasciare il territorio nazionale nonché le proprie zone di residenza, essi devono lasciare i posti di lavoro e i loro beni sono sequestrati. Viene imposto poi il “marchio” classico della stella di Davide gialla.

La prassi è insomma quella comune a tutte le legislazioni anti-giudaiche adottate nei paesi alleati in maniera più o meno volontaria del regime hitleriano. “Il reale governo ungherese dovrà ripulire il paese dagli ebrei in poco tempo”. Queste le parole contenute in uno dei decreti emanati dal segretario di stato del Ministero dell’Interno László Baky e che sono probabilmente il primo atto della deportazione che inizia nella provincia magiara ed in particolare nelle aree settentrionali ed orientali, la Transcarpazia,  l’Alta Ungheria (Felvidék) e il nord della Transilvania. Tra la metà del mese di aprile e i primi di luglio del 1944 le operazioni di raccolta in ghetti sono pressocchè completate in tutto il paese, in ultimo a Budapest. 437.000 ebrei vengono in questo modo “ammassati” e costretti alla sofferenza e a condizioni di vita disumane. Ha così inizio sin dalla metà di maggio la seconda fase del genocidio, quella cioè della deportazione. Si calcola, secondo dati ufficiali dell’epoca, che tra il 15 maggio ed il 7 giugno le deportazioni proseguono dai distretti magiari VIII-X (secondo la nuova divisione amministrativa nazista) al ritmo di quattro treni al giorno (92 totali nell’intero periodo) . Ogni treno consta di 45 vagoni con una capienza di 70 uomini ciascuno. All’arrivo ai campi di concentramento gli ebrei vengono poi smistati ai campi di lavoro oppure direttamente alle camere a gas se cagionevoli o malati. Nel luglio 1944 in Ungheria restano solo gli ebrei di Budapest e quelli occupati nei lavori forzati.

La situazione interna risente presto dei rivolgimenti internazionali che registrano per Hitler sempre maggiori difficoltà belliche, un montante risentimento dell’opinione pubblica mondiale per i massacri perpetrati ad Auschwitz  e l’uscita dall’alleanza con l’Asse della Romania che dichiara subito guerra alla Germania. A quel punto Miklós Horthy ferma le deportazioni  e sfiducia il governo Sztójay. Compito principale del capo del nuovo esecutivo, il generale Géza Lakatos, sarà quello di studiare l’uscita dell’Ungheria  dall’alleanza con la Germania magari con la firma di un armistizio separato con l’Unione Sovietica.  A quel punto i tedeschi prendono direttamente l’iniziativa deponendo il reggente d’Ungheria Horthy  e costituendo il 15 ottobre del 1944 un governo fantoccio guidato da Ferenc Szálasi, leader del Partito della Croce frecciata (Nyilas Keresztes Párt) di ispirazione nazista. Le deportazioni riprendono e interessano particolarmente Budapest da dove almeno 50.000 ebrei  vengono condotti nei campi di concentramento di un Reich sempre più in rovinoso declino. I crocefrecciati (nyilasok) compiono violenze ed assassinii ai danni degli ebrei anche nella stessa capitale ungherese. Sarà solo nel gennaio del 1945 che l’intervento degli Alleati riuscirà a porre fine alla macchina del genocidio.
                                                         *               *               *
Il Giorno della memoria delle vittime ungheresi dell’Olocausto, organizzato sotto il patrocinio del Governo ed in particolare del Ministero della Pubblica amministrazione e della Giustizia, prevede un programma fitto di appuntamenti le cui location privilegiate sono il Museo della Casa del Terrore (Terror Háza Múzeum) al civico 60 di Via Andrássy e il Centro della Memoria dell’Olocausto di Via Páva nel distretto VIII della capitale. Il primo, di cui il nostro blog ha già parlato in un precedente intervento, è tristemente noto per aver ospitato dal 1937 in poi - molto prima della polizia politica comunista - altri inquilini dalla fama altrettanto nefasta, vale a dire il movimento nazista dei crocefrecciati per diventare a partire dall’autunno del 1944 prigione e centro di raccolta e tortura di ebrei e oppositori politici. Via Páva, dove sorgeva la seconda sinagoga di Budapest, è stata invece scelta nel 2002 come area adibita ad ospitare il Centro della Memoria dell’Olocausto, vero e proprio capolavoro di arte moderna, opera dell’architetto contemporaneo Frank Owen Gehry già realizzatore del Guggenheim di Bilbao. Il centro opera come istituto culturale e di ricerca ed è anche sede di una fondazione.
Sessanta paia di scarpe in ferro fuso come monumento agli ebrei caduti


Il programma di oggi prevede a fine giornata una fiaccolata silenziosa sul lungo-Danubio, in un tratto compreso tra il ponte delle catene e il ponte Margherita, lato Pest, nei pressi di un monumento commemorativo (vedi foto) in un luogo simbolo delle esecuzioni sommarie subite da ebrei ungheresi e da chi, come la suora cattolica Salkaházi Sára beatificata da Benedetto XVI nell’aprile del 2006, li aveva aiutati o nascosti. Commemorazioni ufficiali con mostre, momenti di preghiera e concerti anche nelle città di Pécs e Hódmezővásárhely, dove parlerà anche il Ministro della Difesa Csaba Hende. 
Le celebrazioni avranno una loro coda con l’appuntamento di domenica 21 aprile quando alle 16 si svolgerà a Budapest la abituale Marcia della Vita promossa dalla omonima fondazione e che quest’anno avrà come ospite d’onore Agnes Hirschi, figlia del console svizzero Carl Lutz che salvò la vita di centinaia di ebrei ungheresi.

Per la versione inglese del programma ufficiale delle commemorazioni consulta il sito ufficiale del Governo.

Fonti: holokausztaldozatai.kormany.hu

mercoledì 10 aprile 2013

AFGHANISTAN E MALI. RIMPATRIO E PARTENZA. L’UNGHERIA NELLE ZONE CALDE DEL MONDO


Un soldato ungherese al ritorno dall'Afghanistan
Lo scorso 28 marzo con il ritorno in patria di 111 soldati dall’Afghanistan l’Ungheria ha chiuso uno dei capitoli più significativi del suo impegno nel paese centro-asiatico. Il contingente infatti costituiva il tredicesimo – e ultimo – avvicendamento del Gruppo di ricostruzione provinciale (PRT – Provincial Reconstruction Team) a gestione magiara nella provincia settentrionale afgana di Baghlan. Ad attendere i militari al loro rientro guidati dal Ministro della Difesa Csaba Hende c’erano all’ aeroporto di Budapest Ferenc Liszt per una cerimonia formale di saluti con parenti e autorità, il Primo Ministro Orbán, il presidente della Commissione parlamentare di difesa e sicurezza Máté Kocsis ed il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ungherese Tibor Benkő. Quest’ultimo nel suo discorso ha colto l’occasione per ringraziare oltre a quelli appena tornati tutti i soldati che hanno preso parte al PRT negli utlimi anni perché “hanno dimostrato – ha ricordato il colonnello generale – che il soldato ungherese insieme agli speciali ruoli tattici è in grado non solo di prestare servizio alla popolazione nella gestione delle calamità e nell’aiuto umanitario ma anche nel campo dell’istruzione, della formazione, dell’assistenza sanitaria e in particolari investimenti nonché nell’organizzazione di compiti amministrativi”.
L'ultima operazione congiunta del MAT con l'esercito afgano

Tra ottobre 2006, anno in cui l’Ungheria ha preso il comando come nazione guida del PRT - la prima volta in Afghanistan per un membro NATO dell’ex-blocco sovietico -  e marzo 2013 si sono alternati nella città capoluogo di Baghlan Pol-e Khomri 2500 soldati. Gli uomini di “Camp Pannonia”, che negli ultimi 183 giorni di servizio hanno portato a termine ben 660 compiti, hanno svolto funzioni militari e civili in piena linea con quella che è l’attività umanitaria e di sviluppo propria dei PRT in tutto il territorio afgano. I PRT sono lo strumento privilegiato della comunità internazionale nella preparazione e nell’implementazione della transizione afgana che va dal rifacimento di tutte le infrastrutture statali al consolidamento delle istituzioni. Il passaggio di consegne ungherese nella provincia di Baghlan è una tappa del processo, iniziato nel 2011,  di trasferimento della responsabilità della sicurezza e del totale controllo del territorio dalle forze della coalizione internazionale alle autorità afgane. Oltre all’attività prettamente militare di pattugliamento, di protezione delle truppe e di scorta ai convogli l’esercito magiaro si è dedicato prevalentemente a progetti civili nel settore dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria e della sanità pubblica, alla costruzione e alla manutenzione di strade e ponti, alla prevenzione delle inondazioni, al supporto alimentare ai rifugiati e alla garanzia nell’erogazione dell’ energia elettrica. (Per una rassegna dettagliata dei progetti seguiti clicca qui.). Il PRT di Baghlan in cui hanno operato sotto comando magiaro anche militari montenegrini, albanesi e croati, è stata la prima esperienza nella storia dell’Ungheria di gestione amministrativa completa e autonoma di un territorio in un’altra parte del mondo. 
Elicotteristi ungheresi curano la manutenzione di un Mi-35 d'assalto

Tuttavia quella di Baghlan non è stata e non è l’unica missione ungherese in Afghanistan. L’Ungheria è presente nel paese già dal 2003 e partecipa alle operazioni congiunte Enduring Freedom ( a guida USA) e ISAF (a guida NATO) nel quadro delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza ONU e dei mandati conferiti volta per volta dall’Assemblea Nazionale. L’impegno ungherese nel paese asiatico continua con altri 7 contingenti (in tutto più di 500 uomini) oltre a tutta una serie di cariche ricoperte nei vari livelli della gerarchia militare dell’ISAF. Il gruppo più numeroso dopo il rimpatrio di fine marzo resta ora quello che, impegnando 227 militari, è integrato nel contingente multinazionale che si occupa della protezione dell’Aeroporto internazionale di Kabul e alla cui guida è stato già due volte, compito che è stato prolungato fino al prossimo ottobre. Molto apprezzata è anche la missione di due gruppi di elicotteristi  entrambi dell’ 86mo stormo della base di Szolnok operanti l’uno a Kabul con i Mi-35 d’assalto e l’altro a Shindand nella provincia orientale di Herat con i Mi-17 da trasporto. Questi due contingenti sono dediti alla formazione sul campo degli avieri delle forze aeronautiche afgane.  Altri tre contingenti impegnati in attività di training e formazione dell’esercito nazionale afgano nonché di supporto logistico ai militari ungheresi nel teatro delle operazioni sono il Team di supporto nazionale dislocato a Kabul e a Mazar-e-Sharif, la scuola di Combat Service Support di Kabul a guida tedesca in cui si effettuano tra gli altri corsi di scuola guida,cucina e approvvigionamento, e il Military Advisor Team (MAT) inaugurato a fine marzo e insediatosi a Mazar-e-Sharif come erede dell’Operational Mentor and Liaison Team (OMLT) operante a Baghlan in cui i magiari sono in compresenza con gli americani della Guardia nazionale dell’Ohio. Compiti piuttosto delicati invece per un altro contingente ungherese di una quarantina di elementi circa, il team delle operazioni speciali (SOF) sotto comando USA, giunto ormai a partire dal 2009 alla sua undicesima rotazione e che si occupa oltre che del supporto all’esercito afgano anche dei respingimenti delle forze anti-governative in più province del paese.
Un soldato ungherese presso l'Aeroporto internazionale di Kabul

In linea con gli indirizzi e le decisioni della conferenza di Kabul del 2010 e del vertice NATO di Chicago dello scorso anno la missione ISAF dovrebbe aver lasciato l’Afghanistan entro la fine del 2014 dopo aver ultimato il graduale transfer-of-authority in tutte le province. La exit-strategy militare ungherese viene pertanto definita con gli alleati in ambito NATO così come ad essere pianificate a livello multilaterale sono anche la natura e le nuove forme di impegno post-transizione della comunità internazionale nel paese asiatico, come ad esempio l’accordo di
Operazione congiunta esercito ungherese - esercito afgano
partnership e di sviluppo UE-Afghanistan.  Da non sottovalutare tuttavia il quadro delle relazioni bilaterali che prima del 2006 erano piuttosto trascurabili e che in seguito all’esperienza del PRT di Baghlan hanno registrato un sensibile incremento a partire dalla riapertura dell’ambasciata ungherese a Kabul. Oltre ai 2 miliardi di fiorini (più di 6 milioni e mezzo di euro) investiti a Baghlan negli ultimi sette anni è già allo studio un contributo annuo di 500 mila dollari per le spese dell’esercito afgano dal 2015 al 2017. L’Ungheria si conferma quindi disponibile a supportare in futuro l’Afghanistan considerando costantemente i mutati obiettivi e necessità ed in linea con la credibilità acquisita proprio nel recente passato. I magiari hanno dato prova di amministrazione buona ed efficace e, come si legge nel documento del governo sull’Afghanistan “Previsione strategica di medio termine”, lo hanno fatto sopperendo alle proprie limitate risorse finanziarie con un trasferimento di know-how qualitativamente indiscutibile.  Questo è stato reso possibile dall’appoggio dei militari ma anche dalla sinergia tra i ministeri coinvolti e la preziosa opera di elaborazione e realizzazione dei progetti da parte delle Ong attive sul posto. Durante il saluto ai soldati del contingente PRT il Primo Ministro Viktor Orbán ha ricordato nel suo intervento il triste tributo pagato dall’Ungheria in Afghanistan che conta sette vittime. Orbán ha poi ribadito come i militari ungheresi “non hanno servito come una legione dimenticata avendo essi lasciato nel mondo un’impronta della loro umanità e competenza”.

L’Ungheria è chiamata a lasciare un segno anche nel Mali. Il 18 marzo scorso infatti a Székesfehérvár si è tenuta presso il Comando Interforze dell’Esercito ungherese una cerimonia in occasione della partenza per il paese africano dei soldati ungheresi che prenderanno parte all’operazione European Union Training Mission–Mali (EUTM-MALI) sotto egida UE. Un ufficiale è già operativo in Mali dal 27 febbraio e svolge funzioni di collegamento tra il quartier generale internazionale e coloro che parteciperanno alla missione. Tre soldati del centro medico dell’ esercito saranno assegnati ad un ospedale da campo gestito da tedeschi. Altri sei uomini, in partenza il prossimo 13 aprile, affiancheranno i fucilieri dell’esercito del Mali insieme ad altri addestratori portoghesi. Il maggior generale Domján László ha sottolineato che i militari, tutti di comprovata esperienza internazionale perché già schierati in Kosovo e Afghanistan, svolgeranno attività di formazione e saranno dislocati nel sud del paese lontano dal teatro delle operazioni belliche che invece vedono impegnato il contingente francese nel nord. Domján ha colto l’occasione per ricordare che gli ungheresi sono già presenti nel continente africano in diverse missioni umanitarie sotto le insegne dell’ONU e dell’UE in Congo, in Somalia, nel Sahara occidentale e nella penisola del Sinai sul confine israelo-egiziano. La missione EUTM-MALI agisce a supporto dell’intervento militare francese organizzato su richiesta del Presidente del Mali e legittimato dalle Nazioni Unite per combattere la violenta espansione nel paese delle milizie islamiste legate ad Al-Qaeda. Il governo ungherese ha autorizzato la partecipazione alla missione in data 8 marzo  fissando il proprio contributo ad un massimo di 15 uomini (30 durante gli avvicendamenti) e legando la durata del mandato a quella delle operazioni ma non oltre la data del 18 maggio 2014. L’ammontare della cifra destinata alla missione è di 555 milioni di fiorini (circa due milioni di euro).

Fonti: kormany.hu, honvedelem.hu

lunedì 1 aprile 2013

MESSAGGIO PASQUALE, PAPA FRANCESCO, IDENTITA’ E DIVERSITA’, NUOVI MEDIA: PARLA IL CARDINALE PÉTER ERDŐ


In occasione del Venerdì Santo, giorno in cui i cattolici ricordano e celebrano la morte di Gesù Cristo, il primate d’Ungheria, cardinale Péter Erdő, è stato intervistato nel programma del primo canale della televisione pubblica ungherese M1, Az Este. Il porporato, reduce dal conclave che ha portato all’elezione di Papa Francesco, oltre a riflettere sul significato del messaggio pasquale ha fatto considerazioni su diversi temi, dal ruolo della Chiesa in questo momento di crisi economica all’elezione del nuovo Pontefice, dai riferimenti cristiani nelle carte costituzionali al dialogo con l’Islam, dall’immigrazione e dall’integrazione al ruolo dei nuovi media. “La Chiesa – ha esordito Péter Erdő – nel giorno del Venerdì Santo ricorda un fatto storico, la crocifissione  di un uomo, Gesù il Nazareno, la cui esperienza terrena non si conclude con la morte ma con la sua risurrezione”.  Questa vicenda che come ha ribadito il prelato non è mitologia ma storia “ha un significato anche per le nostre vite” perché Gesù  “non era un uomo qualunque, ha dimostrato il più grande amore e nella risurrezione Dio ha legittimato la sua vita ed i suoi insegnamenti”. “La vita dell’uomo – ha continuato Erdő – non scorre senza senso in una serie meccanica di eventi che alcuni chiamano storia ma costituiamo una parte di un tutto grande e sensato”.  Alla domanda su cosa sia essenziale oggi nel mondo il cardinale ha risposto dicendo che “noi in qualche modo siamo tutti fratelli e tutto quello che l’odio e l’egoismo umano scatenano addosso al mondo come sofferenza, può essere vinto”. 

Interpellato sul ruolo della Chiesa in questa contingenza economica di crisi a livello globale il primate d’Ungheria ha ricordato come essa non offra modelli economici anche perché la validità di simili insegnamenti sarebbe di breve durata.”La Chiesa però – ha ribadito – parla direttamente all’uomo e gli attori economici dovrebbero applicare i 10 comandamenti, Non mentire, Non rubare, Non uccidere…”. Tutto questo non è facile perché “la vita è complessa, lo sono le scienze naturali con tutta la biologia e così lo è anche il funzionamento dell’economia mondiale e in questo sistema composto di tanti elementi è necessario comprendere dove conduce il comportamento dell’uomo e dell’umanità”. In questo senso il cardinale ungherese  ha fatto presente come la Chiesa intervenga con la sua dottrina sociale  che “negli ultimi decenni si è molto sviluppata e che ha dato riflessioni provate e sensate in tutta una serie di nuove situazioni”. In questo contesto si inserisce dunque il ruolo della Chiesa che è quello di “porre l’accento sui valori dell’amore e della solidarietà anche in campo economico per quanto questo possa essere difficile”. Dal punto di vista delle opere più tangibili e visibili la Chiesa interviene per alleviare il peso delle sofferenze non solo di chi è vittima di ristrettezze dovute alla crisi economica ma anche di chi patisce le pene dovute a sciagure di altro genere. A tal proposito il cardinale Erdő ha fatto l’esempio delle raccolte di generi alimentari organizzate in tutte le parrocchie ungheresi dalla Caritas dove in alcuni casi è stato necessario intervenire più massicciamente perché ciò che era stato raccolto non soddisfaceva le maggiori esigenze. Esperienze del genere per la Chiesa non sono né un compito né un impegno, parole usate dall’intervistatore, ma “un obbligo imprescindibile” anche perché “la Buona Novella è stata annunciata ai poveri”. 
 
Il Papa Francesco in pubblico
Parlando del recente Conclave è stato impossibile non menzionare il fatto che il cardinale Erdő sia stato considerato uno dei papabili. “Non ci sono mai candidati“ ha ricordato il primate ungherese e a proposito della stampa mondiale che più volte lo ha inserito nelle classifiche dei favoriti al soglio pontificio ha riconosciuto “di essere onorato per il fatto che il suo nome sia stato pensato” ma allo stesso tempo ha sempre ritenuto la cosa “non seria e non realistica”. Di Papa Francesco,”il cui stile personale è ancora poco noto al mondo”,  il porporato ha esaltato “la straordinaria sensibilità per le cose essenziali nonché la sua comunicatività. “Parla della nostra fede con brevità mettendo l’accento sull’essenziale attraverso formule brevi e più facilmente comprensibili nonché con gesti significativi fatti a ripetizione”. Questo Papa è “un regalo per la Chiesa come lo fu san Francesco che ridiede vita alla Chiesa del suo tempo attraverso una fede vissuta con radicalità e con l’esempio della povertà”, un messaggio che suona anche oggi come profondamente attuale. “Questo è un Papa italo-argentino e quindi ha anche origini europee “ ha sottolineato Erdő e il fatto che venga da un altro continente “dimostra che siamo una Chiesa mondiale e che la nostra vocazione è rivolta a tutta l’umanità”.  ”Questa elezione è uno stimolo affinché il cattolicesimo europeo definisca il suo ruolo nel contesto mondiale” più di altre infatti la Chiesa europea è chiamata a gestire situazioni di cui ne è scenario esclusivo come il dialogo con le chiese ortodosse orientali e l’ecumenismo anche per la presenza di queste comunità religiose. Un’altra sfida peculiare della Chiesa del vecchio continente è il rapporto con l’Islam e non tanto per il problema degli immigrati quanto perché l’Europa confina direttamente con paesi a maggioranza islamica senza dimenticare che lo stesso vale per stati europei come Albania e Bosnia Erzegovina.  


Una riflessione più approfondita da parte del presidente della Conferenza episcopale ungherese merita proprio il rapporto con l’Islam “una religione divisa in correnti al cui interno manca un’autorità centrale e che risente anche di una diversità delle fonti”, tema che rimanda inevitabilmente alla questione del multiculturalismo e della relazione con la diversità. E’ il riconoscimento e la convinzione della propria identità secondo Erdő la chiave per relazionarsi con l’altro. “Noi ci poniamo sempre in modo schizofrenico quando si discute sulle nostre radici cristiane laddove dovremmo accettarle come un’eredità culturale, un fatto naturale”. “Non è poi proprio così scontato che nelle città si vedano i campanili”. “E’ fondamentale – ha dichiarato il cardinale – proteggere la nostra identità, le nostre origini” e così facendo “non avremo nemmeno paura di confrontarci con chi ha una eredità, un’identità e un portato culturale diversi” dai nostri. Strettamente collegato al dibattito multiculturale è il problema dell’integrazione, come conseguenza anche dell’immigrazione, e in merito a questo Péter Erdő esprime la sua contrarietà rispetto “alle esagerazioni della pressione dell’assimilazione che è meglio evitare”. “Non bisogna necessariamente rendere tutti identici facendo in modo che ci si dimentichi delle proprie lingue e delle proprie culture di appartenenza,  la soluzione sta in una integrazione assennata”.  

Sempre in tema di identità culturali il giornalista richiama l’attenzione del prelato sui dibattiti passati e presenti sull’inserimento nei testi delle Costituzioni degli stati della menzione alle radici cristiane e la mente va subito al progetto di Trattato costituzionale dell’Unione Europea, dove essa non fu prevista, ed alla più recente approvazione della Legge Fondamentale ungherese nel cui preambolo si professa invece “la virtù unificatrice della cristianità” per la nazione.  Il cardinale Erdő pur non sbilanciandosi nel giudicare l’una o l’altra soluzione invita a considerare “l’eredità greco romana e giudaico cristiana non come un’imposizione ma come il riconoscimento di una situazione di fatto”. Dispositivi del genere “disegnano l’identità culturale di una regione” e indipendentemente dal fatto che siano o meno parte di documenti costituzionali “una società è più predisposta ad accettarli se si rapporta bene con il proprio passato e la propria cultura “. Citando poi passati studi comportamentali Erdő ha fatto notare che “l’appartenenza a comunità religiose e quindi anche a quella cristiana aumenta il grado di tolleranza verso la diversità e quindi il rispetto di identità altrui è legato all’affermazione di una propria identità”.  

Il coinvolgimento dei giovani nell’opera di evangelizzazione offre lo spunto per affrontare in coda all’intervista il tema dell’utilizzo delle nuove tecnologie a servizio della Chiesa. Il cardinale riconosce che “si aprono nuove possibilità di missione nel campo  della comunicazione audiovisiva e della rete”. Sicuramente non si può prescindere “dalle parole e dal discorso logico” necessario in alcuni casi per spiegare il Vangelo ma “bisogna anche concentrare l’attenzione su pochi punti certi ed essenziali”. Tutto sommato questo oltre ad essere ”lo stile del nuovo Papa è stato anche lo stile di Cristo, basta vedere le parabole la cui forma non richiede ulteriori spiegazioni”.  “Trasmettere un messaggio breve e diretto – ha concluso il cardinale Erdő - è ideale per coinvolgere anche le generazioni più giovani”.    

Fonti: hirado.hu