sabato 5 aprile 2014

ELEZIONI IN UNGHERIA, FINE DELLA CORSA: TRE DOMANDE PER TIRARE LE SOMME


Fine della corsa. Si vota e i sondaggi li conosciamo. Li abbiamo riportati, li abbiamo letti. Se dovessimo attenerci ai dati statistici diremmo cose scontate. Proviamo invece a capire brevemente cosa è successo sinora e quali sono le aspettative, le vere incognite di questo voto primaverile. Proviamo ad ipotizzare alcuni scenari futuri che ad oggi sono ancora incerti a fronte dell’unica cosa che sembra certa: la riconferma di Viktor Orbán alla guida del governo.

PRIMA DOMANDA: sarà plebiscito? Di che maggioranza disporrà in parlamento? Semplice o dei due terzi? Le premesse del trionfo ci sono. Dei presidenti americani si dice che la (prima) elezione è per vincere, la rielezione è per entrare nella storia. Orbán la storia del paese la sta già scrivendo dal 1989. Prima come giovane protagonista della transizione pacifica alla democrazia, poi come primo ministro nel 1998 di un governo di coalizione. Altri tempi però. Ora a destra c’è solo lui. L’Ungheria ora è solo lui. Questa almeno è l’impressione. Questo il messaggio che ha puntato a far passare da quando è di nuovo al governo dal 2010. Complice il crollo elettorale dei socialisti. Ha plasmato la nuova Costituzione ungherese, ha varato un nuovo codice civile ed un nuovo codice penale. Ha affrancato il paese dal debito internazionale e i cittadini avranno bollette ancora più leggere grazie al programma di riduzione delle tariffe (rezsicsökkentés) che è ormai alla sua quarta fase. Si dice sia antieuropeo, antioccidentale, nazionalista.
Orbán è un realista. Riesce a difendere il senso di orgoglio nazionale - che in Ungheria è un sentimento bipartizan - con abilità. Non si sognerebbe mai di mettere in discussione l’appartenenza all’Unione europea o l’atlantismo proprio della membership NATO. Tuttavia si muove sfruttando tutto quello che le competenze nazionali gli consentono. E guarda a Est. Il recente accordo con Putin sul mega-finanziamento russo per il rinnovo degli impianti nucleari di Paks ne è la prova. Un capolavoro macchiato. La crisi ucraina rischia di rallentare tutto. Ma è questione di tempi non di morale e la morale si sa non è una categoria politica. Su queste basi la riconferma della maggioranza dei due terzi è solo questione di ore. Ciononostante il quadro idilliaco sinora esposto è sì una serie di dati di fatto ma di una serie di fatti altrettanto seri e non trascurabili. L’emigrazione giovanile è solo il corollario di un livello di disoccupazione insostenibile e di una soglia di povertà ancora troppo elevata rispetto a medie tollerabili. Il debito pubblico poi è associato ad una crescita economica eccessivamente bassa. Quanto basta insomma a costituire il vero vulnus di Orbán. Questi settori necessitano soluzioni nel breve e medio termine e ricette troppo autarchiche rischiano di peggiorare la situazione.

SECONDA DOMANDA: quanto è riuscita l’opposizione di sinistra a far capire che farebbe meglio di Orbàn? Riuscirà a mantenere l’unità in seguito ad una sconfitta? Contrastare la potenza di fuoco di un governo in carica alla ricerca della riconferma non è mai facile. E’ difficile se si parte da uno svantaggio numerico considerevole. E’ quasi impossibile se si aggiungono gli scandali sapientemente gestiti da un’informazione pubblica spesso non molto amica. Il tempo perso dal centrosinistra ungherese per organizzarsi è stato una sciagura. Quasi un anno di trattative, di colpi di scena, di scaramucce per arrivare a definire una coalizione ed un candidato, il giovane leader socialista Attila Mesterházy, in meno di una settimana. Ma forse a gennaio era ormai tardi. “Chi resta a casa vota Orbán” è stato uno degli slogan di questi ultimi giorni a sinistra. Ma quegli otto punti del programma - tra cui figura l’aumento a centomila fiorini (poco più di trecento euro) del salario minimo e il taglio delle liste d’attesa nel settore sanitario - non sembrano aver avuto un effetto trascinante. Troppo debole il messaggio.
Decisamente poco il tempo per allestire una piattaforma comune capace di catalizzare l’attenzione di quel “quasi un elettore su due” che secondo i sondaggi vorrebbe nonostante tutto il cambio di governo. Tanta buona volontà nella campagna dell’Unione (összefogás), condotta dai cinque partiti della coalizione con molta passione e originalità. Ma la doccia fredda in casa socialista arriva fin da subito. L’arresto del vice di Mesterházy, Gábor Simon, è un caso di denaro su conti esteri segreti, finanziamenti occulti e passaporti della Guinea Bissau. E ci è scappato anche il morto, il teste chiave. Insomma c’è tutto quello di cui la sinistra non aveva bisogno per smuovere dalle poltrone di casa gli indecisi. Il giovane Mesterházy probabilmente pagherà di persona la sconfitta. La scomposizione della coalizione è probabile. Improbabile, almeno per ora, il ritorno di Gyurcsány nei socialisti. Da tenere sott’occhio le mosse di Bajnai che non ha ancora ben digerito la mancata candidatura a primo ministro ma che ora potrebbe trasformare l’insuccesso elettorale in profitto politico per ricostruire. Tutto dipenderà dall’entità della sconfitta.

 TERZA DOMANDA: che farà lo Jobbik? Consolidamento al terzo posto o sorpasso ai socialisti? Gli occhi di tutti sono puntati sul partito di estrema destra di Gábor Vona. Mezza Europa aspetta di conoscere i numeri del partito che nel suo programma ha la castrazione chimica ed il ripristino della pena di morte. La riconferma di Orbán rischia di fare meno rumore di qualche punto percentuale in più dello Jobbik. Guardando ai risultati delle scorse elezioni nel 2010 le premesse che questo avvenga ci sono tutte. Quel terzo posto alle spalle dei socialisti con soli tre punti di svantaggio parla da solo. Da gennaio tutti i sondaggi registrano la crescita del partito e sui social network lo Jobbik vanta la comunità virtuale più attiva. Difficile che Vona diventi l’anti-Orbán. Intanto il giovane leader nazionalista raccoglie il voto dei giovani e il voto di protesta. Patria, terra e famiglia le parole più usate dai jobbikos. Ma la vera spinta per il  partito potrebbe venire proprio dall’esterno, proprio dall’Europa. Istanze antieuropeiste, autonomiste ed estremiste stanno riprendendo vigore un po’ in tutto il vecchio continente. Questo momento storico-politico può solo giovare allo Jobbik e il voto alle politiche ungheresi è solo una delle tappe. Da lunedì si riprende la campagna elettorale per un test altrettanto determinante e che ha una data precisa:  25 maggio, le elezioni europee. 



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