giovedì 1 ottobre 2015

L’UNGHERIA, I MIGRANTI E CINQUE ERRORI DA EVITARE

Migrante siriano alla stazione Keleti di Budapest (foto: MTI)
Se volessimo riassumere tutto con le parole pronunciate da Matteo Renzi all’ultima festa dell’Unità potremmo subito chiudere il discorso dicendo che il premier Viktor Orbán e i milioni di ungheresi che lo hanno votato e che si identificano in lui sono delle bestie. Riteniamo tuttavia opportuno strappare alla facile propaganda il dibattito sulla crisi migratoria restituendole una più dignitosa centralità politica, tanto più ora che media e cronache iniziano ad occuparsi di altro. La drammaticità di alcune immagini rischia di creare assuefazione e i sentimenti di rancore, solidarietà, compassione, indignazione che ne scaturiscono, prima o poi sfuggono via con la stessa velocità con cui si popolano e si spopolano le pagine di un social network. Diventano solo post vecchi. Allora può capitare che un povero corpicino esanime adagiato su una spiaggia turca rimuova dalla coscienza collettiva i singhiozzi e le lacrime di una bambina palestinese mentre Angela Merkel  è intenta a spiegarle come l’asilo politico non possa essere riconosciuto a tutti, nemmeno a suo padre. Così come può capitare che quello stesso povero corpicino si dissolva nella memoria superato da una reporter che si diverte a sgambettare migranti.  Questo rincorrersi e annullarsi di emozioni non è costruttivo ed è solo strumentale allo scaricabarile inscenato ormai da mesi dai governi nazionali. Provando allora a riflettere senza semplificazioni faziose e moralismi, ci sembrano almeno cinque gli errori da evitare.

Primo errore: la solidarietà non va confusa con la sovranità. La prima è una categoria etica personalissima che fa onore a chi la mette in pratica. La seconda è l’elemento costitutivo di uno stato e si fonda sul controllo del suo territorio e delle frontiere che lo delimitano. Quando poi si aderisce a convenzioni internazionali - nella fattispecie Schengen e Dublino - che disciplinano anche gli spostamenti transfrontalieri di cittadini extracomunitari, la responsabilità in capo ai singoli governi è duplice. Il caos generalizzato che si è creato lungo le rotte migratorie abituali che attraverso Balcani e Mediterraneo puntano al centro e al nord Europa, è frutto di un annunciato quanto inevitabile corto circuito. La fuga dei popoli da aree di disagio non è un fatto recente.  La novità è costituita dalle dimensioni e dall’origine dei flussi.  In più nè Schengen nè Dublino sono stati concepiti in una contingenza tale da poter prevedere un afflusso di immigrati così sproporzionato e concentrato nel tempo.

Particolare delle recinzioni sulla frontiera meridionale ungherese
Secondo errore: non si può giudicare la situazione che si è generata nel vecchio continente prescindendo dal collasso dell’ordine che ha retto per circa mezzo secolo alcuni paesi chiave dell’aera mediterranea. Le primavere arabe, efficaci nell’abbattere dittatori, hanno fallito nel tentativo di realizzare nuove forme di organizzazione sociale e politica. Nè tantomeno la comunità internazionale - organizzata e non -  è riuscita a proporre e a produrre delle soluzioni in grado di arginare lo stato di confusione e di guerra civile da cui fuggono ora milioni di profughi vittime di una pluralità di carnefici. Le nazioni pacificate non hanno che due alternative: occuparsi concretamente delle aree di instabilità senza escludere nessuno strumento, uso della forza compreso, oppure assistere consapevolmente da estranei all’esplosione di società incapaci di autogestirsi esponendosi di conseguenza a future crisi umanitarie oltre che ad attivissimi focolai di terrorismo.


Nei pressi di Szeged. (foto:Carlo Angerer NBC News)
Terzo errore: la predilezione per i profughi siriani rischia di creare una inutile discriminazione ed una solidarietà a numero chiuso. E’ difficile capire infatti perchè un cittadino siriano debba avere più diritti rispetto ad un iracheno della provincia di Ninive, ad un afgano di Kunduz o ad un libico di Sirte. Per non parlare di chi vive gli innumerevoli conflitti del continente africano e sfugge ad esempio dal macete di Boko Haram in Nigeria. L’occidente non è nuovo a queste forme di ipocrisia per cui le sofferenze patite sono più o meno degne di nota  a seconda della provenienza del dannato di turno. Affidarsi poi al diritto internazionale per definire il grado di stabilità raggiunto da un paese è risibile.

Quarto errore:  la tentazione di dividere i capi di stato europei in buoni e cattivi ignorando che i primi non sono propriamente immacolati. A guadagnarsi la fama del più cattivo tra i cattivi c’è però il premier ungherese. Ma cosa ha fatto Viktor Orbán per ottenere questo primato? A gennaio, in visita ufficiale a Parigi, tracciando un solco tra i rifugiati politici e i migranti economici, ha solo anticipato uno dei princìpi cardine delle future politiche migratorie fatto proprio nel corso dei mesi  successivi dai governi, Commissione Europea compresa. Ha scelto di erigere delle barriere - temporanee e amovibili -  sulle frontiere meridionali del paese mentre il suo collega inglese Cameron  inviava cani addestrati e materiali di recinzione alla gendarmeria  francese per bloccare i migranti a Calais. Ha deciso l’impiego dell’esercito per  coadiuvare la polizia nella difesa dell’ordine pubblico e nel presidio delle zone di transito ufficialmente riconosciute, quando le forze armate altrove (si veda l’Operazione Strade Sicure in Italia) sono dispiegate con discrezione e senza psicosi nelle principali città con compiti di vigilanza e di lotta alla criminalità. Röszke e Bicske, poi, non meno di Ceuta, Lesbo, Lampedusa, Ventimiglia o il varco dell’Eurotunnel sono i luoghi dove è andata e va in scena l’impreparazione degli stati europei di fronte ad un fenomeno che non può essere gestito se con uno sforzo collettivo e unitario in termini di strategie e risorse.

Migrante in viaggio da Röszke a Budapest (foto: mno.hu)
Quinto errore: non sottovalutare Viktor Orbán quando parla di difesa della cristianità del continente. La questione posta dal premier ungherese non è secondaria. Se al momento la presenza degli immigrati è un problema di ordine pubblico e di emergenza umanitaria, nel lungo termine sarà ineludibile affrontare il tema dell’integrazione. Quale sarà il modello di società proposto dall’Europa alle nuove generazioni ed alle migliaia di musulmani incorporati? Un multiculturalismo laicista da autocensura o una collettività tollerante fiera delle libertà di cui è garante ma rispettosa al tempo stesso delle sue radici cristiane? La vera sfida avrà luogo una volta rimossi gli ostacoli fisici. Parlarne pertanto ora, in questi termini, con schiettezza e con la giusta retorica non può che essere di aiuto, a meno  che la religione non sia considerata un fattore anacronistico e in via di dismissione.



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